specchio specchio delle mie brame, chi è la piu’ bella del reame…


di: Rossella Forle’

Sabato sono andata al Frieze Art, la fiera che ogni anno ospita a Londra le gallerie d’arte piu’ famose e importanti al mondo. Felice di poter dedicare un pomeriggio a me stessa, mi sono regalata questo giro a Regent’s Park. Frieze é la versione artistica di Lollapalooza e di Glastonbury per la musica, riunisce gli artisti piu’ cool e conosciuti del momento, é un tripudio di fighe vestite ACNE e di artisti con le sneakers colorate. Mi piace il Frieze é un’esplosione di energia, colori e forme, ma il motivo che piu’ di tutti mi ha spinto quest’anno ad andarci  é poter ascoltare Vivienne Westwood. L’idea di sentir parlare dal vivo, una delle donne piu’ creative al mondo, un’attivista ambientale convinta, una fashion designer e una punk, tutto concentrato in una sola persona, mi entusiasmava.

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Tracy Emin

foto 1    antonis pittas   giacca

Vivienne ha parlato dell’arte come elemento essenziale della cultura e di quanto, nonostante si tenti di rompere costantemente la tradizione, l’arte abbia bisogno di regole, senza le quali non é possibile creare.

Potrebbe sembrare una visione alquanto reazionaria, se penso che a parlare é una che il punk l’ha creato, e invece non fa una piega, si puo’ decontestualizzare, ricomporre e cambiare solo qualcosa che conosci, la conoscenza é funzionale all’evoluzione e alla creativita’ artistica, senza la conoscenza del passato, come lei stessa ha sottolineato, é impossibile comparare e analizzare, sia il presente che il futuro. Con la sua voce pacata ha spiegato, come a un branco di ragazzini delle medie, l’importanza dell’arte e la sua funzione sociale citando Matthew Arnold e la sua analisi, in epoca vittoriana, del rapporto tra cultura e anarchia. Spettacolare, l’ho amata, senza pose, senza discorsi troppo articolati, ha parlato del suo impegno come attivista ambientale, con estrema umilta’. Un mito!

vivienne

(Frieze Talk – Keynote Lecture Podcast: http://www.friezeprojects.org/index.php?/talks/player/keynote-lecture-vivienne-westwood/)

Queste sono le donne che mi hanno sempre affascinato! incisive, creative, piene di vita, lontane da ogni forma di autocelebrazione. In Vivienne Westwood come in  altre donne, impegnate nella lotta alla parita’ dei diritti sociali, ritrovo dei riferimenti, che credo stiano cambiando e trasfomandosi nuovamente.

Sono cresciuta con questa rabbia interiore costante, nei confronti della percezione che si ha della donna, e che noi abbiamo di noi stesse, e non mi riferisco alla volonta’ di valorizzarsi fisicamente che puo’ essere considerata anche una forma di amore, ma alla meno coraggiosa capacita’ di credere in noi come forza sociale. Cresciamo con l’idea di dover cedere il potere ad altri, con l’idea che é meglio farsi amare, che farsi rispettare per le proprie idee.

Oggi mentre prendevo il caffe in ufficio, la mia collega Fernanda  divertita mi raccontava dell’ultima conversazione avuta con la nonna su Skype dal Brasile, ovviamente orgogliosa dei suoi progressi tecnologici, mi faceva notare come, nonostante ormai pluriottantenne, le avesse suggerito di indossare sempre il rossetto rosso, perche’ agli uomini piace. Fa sorridere ed è bello che in una donna anziana ci sia ancora, quella voglia viva di piacere, ma fa tenerezza vedere quanto, nelle donne del passato, vi fosse la volonta’ di compiacere gli uomini costantemente.

Tornando a casa in bici, mi chiedevo se, nonostante la differenza tra le varie generazioni, non cada anch’io in questo tranello.

Veniamo costantemente borbardate da immagini di donne che non appartengono alla realta’, una continua commercializzazione del corpo femminile che,  dalla pubblicita’ al fashion  sebbene facciamo finta di ignorare, ci condiziona quotidianamente.

Ma non solo le riviste, la moda, la musica anche i film ci bombardano ancora costantemente con l’immagine di una donna che, nella realta’ non esiste, é solo il prodotto si fantasie sessuali maschili.

Laura Mulvey,  nel suo libro “Visual Pleasure and Narrative Cinema”, parlava di ” male gaze” per spiegare come il cinema per esempio, sia condizionato da una simbolismo comune, in cui la donna è sempre la protagonista passiva della storia, in opposizione alla figura attiva e intraprendente dell’uomo. Non solo i ruoli ma anche  lo sguardo della macchina da presa, corrispondono quasi sempre con il punto di vista maschile.

Quello che poi mi sconvolge di piu’ é che, anche cio’ che apparentemente dovrebbe essere indirizzato a un pubblico femminile, non é nient’altro che  una triste rivisitazione e riproposizione di stereotipi, che negli anni hanno svalutato e ridicolizzato lo stesso messaggio femminista. Prendiamo per esempio il personaggio della donna in carriera, frigida, senza scrupoli oppure super sexy, che usa il suo potere anche a letto.

Anche nella creazione di modelli pseudo femministi, ne usciamo sempre ridicolmente stereotipate, ancora il risultato di una fantasia sessuale maschile, da pornazzo di serie B. Stereotipi, a cui a volte cerchiamo di adeguarci, assumendo sembianze e modalita’ totalmente maschili, che non ci appartengono. Scambiando per parita’, l’emulazione dei lati peggiori della mascolinita’.

Sex and the City é un altro esempio. Carrie Bradshaw è diventata la nuova icona da topshop dell’emancipazione femminile. Quattro riccone di Manhattan, che passano il tempo bevendo drinks in locali alla moda che si scopano di tutto dal business man al cameriere di turno per vivere l’ebrezza di andare a letto con qualcuno che guadagna solo $6,00 l’ora, sono diventate simbolo di emancipazione per una generazione di donne.

Spesso si confonde l’indipendenza e la conquista di diritti, che ci vogliono alla pari non prevaricatrici, con il “fare cose da donne”. Siamo fortemente convinte che gli spazi di liberta’ conquistati, siano sufficienti e vediamo le donne islamiche come le uniche che ancora devono lottare per la propria indipendenza sociale, culturale ed economica.

Ma siamo sicure che da donne occidentali, possiamo dichiararci assolutamente alla pari con i nostri amici uomini ?

Se consideriamo che in Europa e negli Stati Uniti i salari  delle donne sono ancora inferiori  del 20% a quelli maschili e non abbiamo ancora il diritto di scegliere liberamente quando poter fare un figlio, perche’ potrebbe compromettere il lavoro e la carriera, siamo davvero sicure di poter parlare di pari opportunita’ di vita?

Verso i 15 anni io e le mie amiche mettemmo su una band femminile, mi tagliai i capelli corti, compravo solo abiti usati, andavo in giro con i jeans bucati e maglioni larghi.  Ero convinta che se fossi riuscita a nascondere la mia figura, mi sarei guadagnata il rispetto per quello che pensavo e non per quello che indossavo.  Eravamo in tante ad esserne convinte, fu una sorta di rivisitazione casareccia, della scena Riot americana; scena musicale underground, nata negli anni ’90 negli Stati Uniti, che univa gruppi femminili punk rock.

Bikini Kill, Bratmobile, Babies in Toyland ecc… crearono un’ondata musicale e ideologica nuova, una visione contemporanea del femminismo. Si rifiutarono di lavorare per le corporate musicali, professavano l’indipendenza da modelli constatemente imposti dal marketing piu’ sfrenato, che ci vuole tutte alla moda, bionde e magrissime.

Far parte di un band femminile, anche se non ero granche’, mi faceva sentire viva. Suonavamo nel garage della mia amica Francesca, con il microfono attaccato con il nastro adesivo alla bacinella e usavamo gli assorbenti esterni da notte, come sordina del rullante. Fare gruppo al femminile era divertente, parlavamo di musica, di libri, creavamo. Ricordo ancora i pomeriggi d’inverno sul motorino, per raggiungere il garage, mi facevo circa 10 km sulla provinciale, con l’amplificatore di Valeria tra le gambe, Valeria dietro e il freddo in faccia.

slut 

Bratmobile

I miei modelli in quegli anni erano figure di donne forti con la capacita’ di essere belle senza compiacere, come Kim Gordon o sexy non perche’ asservite a un modello imposto, come Debbie Harris e intense come Elsa Morante.

Come ragazzina prima e donna poi, ho sempre lottato contro una visione alterata della donna.

Fu in questa fase di ricerca di me stessa e nel tentativo di capirci qualcosa di piu’ del rapporto con mia madre, che lessi  ” Mother Daughter Revolution”. Il libro racconta della prima wave femminista anni 70, soffermandosi sulla relazione mamma- figlia, della pressione costante esercitata dalla madri sulla figlie, forzandole ad essere spesso quello che loro avrebbero voluto essere, in un vano e doloroso tentativo di miglioramento della specie, facendole in realta’ sentire solo inadeguate, come se nulla fosse mai abbastanza.

Non in tutto, ma un po’ rividi me stessa e mia madre, nel suo maldestro tentativo di impormi visioni del mondo che non mi appartenevano, con questa  sua costante pressione ad essere brava, la migliore della classe prima, e poi con la rottura sulla scelta del fidanzato, uno che praticamente andasse bene a lei, e poi in successione la pressione per carriera, matrimonio e figli.

Non ho fatto niente di tutto questo, sono felice di quello che faccio, non voglio sposarmi e chissa’ forse un giorno mi riprodurro’. E ancora oggi quando ne parlo, mi rendo conto che la colpa non é solo sua, ma di come é stata condizionata dall’ambiente esterno, che probabilmente non le ha permesso di realizzare quello che davvero desiderava.

Quando penso a questo, mi viene spesso in mente una canzone dei Sonic Youth “Little Trouble girl” che parla di avere il coraggio di mostrare quella parte di te stessa che non è abbastanza, senza sforzarti di essere necessariamente una brava ragazza. Accettarsi per quello che si è, con difetti e paranoie.

Per questo sono sempre piu’ convinta che ognuna di noi abbia la responsabilita’ di lottare per fare in modo che la propria imperfetta personalita’, venga fuori.

Privandosi di quest’inutile ansia per  il raggiungimento della perfezione come donna, amante, professionista e mamma. Liberandosi da questo odioso specchio che ci confermi ogni giorno se siamo o meno, le piu’ belle del reame.

If you want me to

I will be the one

That is always good

And you’ll love me too

But you’ll never know

What I feel inside

That’ I’m really bad

Little trouble girl

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Photo: Mattias Pettersson

Rossella Forle’ as mermaid in the city

from squatter to housewife. Love, living together and other stories…


by: Rossella Forle’

After year of living alone or with a lot of psychopathic or lovely flatmates, for reasons still unclear, at some point I decided that was time to move in together with my boyfriend, share with a man everything the bathroom, the bed and my premenstrual irritability.

The transition from student life, single woman to a quiet couple life, it is difficult and traumatic.

In my many years of experience of living with friends and not, I can count the most strange, special, beautiful, unstable and drugged living arrangements. If you live together you can really know someone.

During the University in Perugia I shared the house with boring students of Law, artists weed smokers, actresses,  and Spanish  in Erasmus.

In Rome I shared  with  friends, with whom I spent evenings on the couch talking shit, sharing problems, worrying about my dissertation,  go to parties in the countryside, ride a scooter around at night and go to the  Link* in Bologna.

In London, however, my life were still in between the student and the adult stage. The column of dirty dishes in the sink and the empty rum bottles in the living room, as the stench of moldy ashtrays in the corner, are the same from the Uni time , while the alarm clock at seven in the morning, a shitty job for a minimum wage had more to do with the first approaches to the real work world . On top of everything the pressure of attending a Marketing Master degree  with rich American and Japanese students. So I thought that living in squats would give me a certain economic freedom,  I would not fell forced anymore to work at £ 5.50 per hour  in a cafe or in a bar in Shoreditch, when Shoreditch was not fashionable.

cofee @                 kick bar

Living in squats is a little bit like living in a camp. I took advantage of the hot shower of  the neighborhood pool, to keep myself fit and clean. The beauty of the squat is  sharing everything, absolutely everything with everyone. I met a lot of people  most used to share common spaces in squats, that between open minded  roommates during the university years.

Panama saw me instead, switch from damp houses in London to a super apartment on the 12th floor with a cleaner, in the chic district of Panama City. I felt a bit like Tony Montana at the top of his  social climb.

cascata                      panama

After six months in the city, I realized that I wanted to have a real experience in a tropical country and I moved on the Pacific coast to a fishing village, living in a house with surfers. One of the best experience of my life, I learned surfing and I smoked the best weed of my life.

In my ten years of life around, I think I have seen the most strange habits. Back to Rome I decided to live alone. My little tiny studio flat in Monteverde seemed a mansion. No more hair of others girls in the sink, no more awkward conversation in the kitchen in the morning  with an unknown guy that slept with your flat mate the night before. Freedom!  I could look at the whole series of Romanzo Criminale  or Boris in one afternoon and no one would think I was an antisocial person. I could finally get around with panties, no one would see it, apart from my neighbor.

Living with myself was important to learn how to be alone, after I’ve shared the house with my ex boyfriend that ended badly. My first experience as couple was a disaster, lasting little more than five months. I have not yet understood why I decided to move in with him. He was a child, I was looking for a man, willing to live with me, more that anything I was trying to prove to myself I could do it.

My current relationship is important and how all the important things is beautiful, complex and difficult at the same time, but full of joy. Living together at 30 years old can be dangerous, if it comes from the desperate search of stability, as if settling down is something that you can plan in advance (see marriage and children).

The decision to move in with a man should be thoughtful, not that I did it. Try not to give in to temptation to move in together if the main feeling is fear of loneliness.

As 30 years old women, we live with this inner voice that encourages us to be with someone, because single is synonymous of loneliness and desperation.

So as far as we are or pretend to be emancipated, the fear of being an old  “maid” frightens us, we don’t really realize that it is a simple cultural imposition. Same as motherhood, I have seen many, too many women that probably without children would be more happy.

The children or the marriage is not and cannot be kind a goal to reach to show the world that we are adults. We are sure that being adult means getting married?

What is stability? or rather what we mean for stability. It’s not just having a home, job, marriage and the mortgage to pay. Should be an emotional stability, one of the most difficult to reach, because it’ s the result of an hard work on themselves. Unfortunately, I have experienced that, without an emotional balance, the risk is ending up with the wrong men.

I heard stories of  strong beautiful women with career scared of being in couple, after disappointing experiences they don’t have more the desire to invest in a relationship. Who wonder if it’s a generational problem, the difference social balance between men and women or the  just constant uncertain conditions of our contemporary life.

There is no specific reasons, I think. For long time before I met Mattias, I believed that relationship were like the perfect match with the perfect man, that doesn’t exist. “American films with happy endings, ruined us ” as my friend Marco said ones. Love is the most important glue but it’s also the most difficult one to find. I found love, the real one, at the tender age of 32 years and I realized that what I felt until then was attachment, co-dependency, admiration or fear of loneliness, but nothing, nothing  even remotely similar to love.

Love is the courage to face problems together, to keep your individuality and merging with the other person, keeping intact your taste for  music, style, food, holiday and have a common vision of life and future.

So many times I have taken the shape of my men, becoming the perfect girlfriend, it was my way to explore new things but I did not realize that in reality  I was creating relationships with selfish men, and I was too weak to admit it.

I reached levels of endurance and tolerance hard to understand, love does mean suffer for someone, true love is pure happiness.

True love can also be unbearable, like see him with the hole in the boxer, or you obsessed with cleaning. True love is arguing cause you while he is talking about work, you’re chatting with your friend on whatsapp about the shoes that you saw. True love is not bored of the other, even when you’re bored on your own. True love is  buy a yellow Triumph Spitfire from 1976, just to go sometimes to the beach together in the summer, even if you live in England.

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My man is Swedish, was a fortuitous choice. I will not stick with the usual stuff about the Italian men, it could be just a populist conviction who would make all Italian women united, in the hate towards a category often rightly mistreated.

Not all Italian men are jealous and insecure, not everyone are self-centered and too focused on the perception  that others have of them, not all Italian men are unfaithful and prefer to go out with a younger  woman rather than face the disaster of their marriage.

All men from all around the world are like that, we are all weak and complex, and often the solution that others see the most right for us, it’s just  the most difficult to attain.

L’amore, la convivenza e altre vicissitudini, da squatter ad housewife in un battito di ali…


di: Rossella Forle’ – click here for the English version

La convivenza è quel momento in cui, per ragioni ancora non chiare, decidi dopo anni di vita da sola o con altre mille conquiline psicopatiche o meno, di condividere con un uomo tutto, dal bagno al letto, al nervosismo premestruale.

Il passaggio dalla vita di studentessa fuori sede a una tranquilla vita di coppia, è difficile e per alcuni aspetti traumatico.

Nella mia pluriennale esperienza di convivenza con amici e non, posso annoverare le piu’ strane, particolari, belle, instabili, allucinanti e drogate convivenze. E’ vivendo quotidianamente con le persone che le conosci davvero.

I miei primi anni d’Universita’ a Perugia furono caratterizzati da coabitazioni con noiose studentesse di giurisprudenza, artistoidi fumatrici d’erba, attrici, comunicatrici e spagnoli in Erasmus.

Successivamente Roma, Londra e Panama mi hanno reso donna.

Roma mi ha vista condividere abitazioni con amiche fidate, con cui passare serate sul divano a dire cazzate, condividere problemi, l’ansia da prestazione da tesi di laurea, le feste al km 15 a Motalto di Castro, i giri  in motorino di notte e le fughe al Link di Bologna.

A Londra invece, le  mie convivenze sono state a meta’ tra la pischellaggine universitaria e l’eta’ adulta. La colonna di piatti sporchi nel lavandino e le bottiglie di rum vuote nella living room, come la puzza dei posacenere ammuffiti nell’angolo, sono gli stessi del disagio universitario, mentre la sveglia alle sette del mattino, un lavoro di merda e mal pagato hanno piu’ a che vedere con i primi approcci al mondo del lavoro. Il tutto condito dalla pressione di seguire un master in marketing con studenti ricchi americani e giapponesi. Cosi’ per alcuni mesi ho pensato che vivere in squat, mi avrebbe dato una certa liberta’ economica, senza costringermi a lavorare a £5.50 all’ora in un caffe o in un bar di Shoreditch, quando Shoreditch non era di moda.

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Vivere in squat è un po’ come vivere costantemente in campeggio. Approfittavo della doccia calda della piscina di quartiere, per tenermi in forma e pulita. La bellezza dello squat e’ la costante condivisione di tutto, proprio tutto. Ho incontrato persone molto piu’ abituate a condividere gli spazi comuni in squat, che tra le progressiste coinquiline degli anni universitari.

Panama mi ha visto invece, passare da una convivenza in case umide a Londra al super appartamento al 12esimo piano con governante annessa, nel quartiere chic della ciudad. Mi sentivo un po’ come Tony Montana al vertice della sua scalata ” sociale”.

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Dopo sei mesi in citta’, mi resi conto che volevo avere un’esperienza reale in un paese tropicale. Cosi’ mi spostai sulla costa pacifica, per vivere in un villaggio di pescatori, in una casa con surfisti. Una delle esperienze piu’ belle della mia vita, ho imparato a surfare e ho fumato l’erba piu’ buona che avessi mai provato, che a confronto quella a 12euro al grammo romana, era una chimicata di infima qualita’.

Dopo dieci anni in cui ho visto le abitudini piu’ strane, tornata a Roma ho deciso di andare a vivere da sola. Il mio piccolo microscospico monolocale a Monteverde, mi sembrava una reggia. Non piu’ capelli di altre nel lavandino, non piu’ uomini sconosciuti in cucina a cui offrire un caffe bruciato, intrattenendo in vestaglia le conversazioni piu’ disparate. Liberta’, freedom potevo guardarmi tutta la serie di Romanzo Criminale o Boris in un solo pomeriggio e nessuno avrebbe pensato che ero asociale. Potevo finalmente  andare in giro in mutande, non mi avrebbe vista nessuno, a parte il mio dirimpettaio.

La convivenza con me stessa è scaturita dalla necessita’ di imparare a stare da sola, dopo una prima convivenza finita male.

La mia prima convivenza è stata un disastro, durata poco piu’ di cinque mesi. Non ho ancora capito perche’ andai a convivere. Lui era un bimbo, io ero alla ricerca di uno straccio di uomo, disposto a vivere con me, piu’ che altro per dimostrare a me stessa che potevo farlo.

Quella attuale è importante e come tutte le cose importanti è bella, a tratti complessa e difficile, ma piena di gioia. La convivenza a 30 anni puo’ essere pericolosa, spesso scaturisce dalla ricerca disperata di stabilita’, come se la stabilita’ si potesse costruire a tavolino ( vedi figli e matrimonio).

La scelta di andare a vivere con un uomo dovrebbe essere pensata e ponderata, non che io lo abbia fatto. Cercare di non cedere alla tentazione se, il sentimento che piu’ ci spinge a farlo, è la paura della solitudine.

Come donne e 30 enni, viviamo  con questa vocina interiore che ci consiglia costantemente di stare in coppia, perche’ single è sinonimo di disperazione e solitudine.

Perche’ per quanto siamo o facciamo finta di essere emancipate, la paura di essere una vecchia zitella ci impaurisce, senza capire che si tratta di una semplice imposizione culturale. Un po’ come la maternita’, ho visto molte, troppe donne che se non avessero avuto figli avrebbero fatto un piacere non solo a se stesse, ma anche alla creatura messa al mondo.

I figli o il matrimonio non sono e non possono essere una sorta di obiettivo sociale, una meta da raggiungere per mostrare al mondo che siamo adulte. Siamo sicure che essere adulte significhi avere una storia stabile?

Cos’e’ la stabilita? o meglio cosa si intende per stabilita’. Stabilita’ non è avere una casa, un lavoro, un matrimonio e il mutuo da pagare. La stabilita’ dovrebbe essere emotiva, che è una delle cose piu’ difficili da raggiungere, è il risultato di un duro lavoro su se stessi. Purtroppo, perche’ sperimentato, senza stabilita’emotiva, il rischio è ritrovarsi con uomini sbagliati e successivi investimenti emotivi, paragonabili alla costruzione del ponte di Messina di peluche.

Sento storie di donne belle, in carriera, fighe preoccupate perche’ non ancora in coppia, che dopo deludenti esperienze non hanno piu’ la voglia di investire in un rapporto, che si chiedono se il problema sia generazionale, degli uomini o dell’instabilita’ costante che attanaglia le nostre vite contemporanee.

Non esiste un solo responsabile, credo. Per lungo tempo, prima di incontrare Mattias, ho creduto che le relazioni nascessero dall’incontro con l’uomo perfetto o perlomeno vicino alla perfezione. ” I film americani a lieto fine, ci hanno rovinati” come dice il mio amico Marco. L’amore è il collante piu’ importante ma il piu’ difficile. Ho scoperto l’amore, quello vero, alla tenera eta’ di 32 anni e mi sono resa conto che quello che ho provato fino a quel momento era attaccamento, co- dipendenza, ammirazione o paura della solitudine, ma niente, nulla che assomigliasse anche lontanamente all’amore.

L’amore è  il coraggio di affrontare i problemi insieme, è mantenere la propria individualita’ fondendosi con l’altro, mantenere intatti i propri gusti musicali, di stile, cibo, vacanze e avere una visione comune della vita e del futuro.

Troppe volte ho preso le sembianze dei miei uomini, diventando la perfetta fidanzata, era il mio modo per esplorare cose nuove ma non mi accorgevo che in realta’, stavo creando dei rapporti con egocentrici ed egoisti, ed io ero troppo debole per ammetterlo.

Ho raggiunto livelli di sopportazione e tolleranza che hanno dell’inimmaginabile, l’amore non fa soffrire, l’amore vero è pura felicita’.

L’amore vero puo’ essere anche insopportabile, come lui con i boxer bucati, o te ossessionata dalla pulizia e dall’ordine. L’amore vero è litigare perche’ mentre lui ti sta’ parlando di lavoro, tu sei li’ che chatti su whatsapp con la tua amica a Roma, sulle scarpe che hai visto. L’amore vero è non annoiarsi dell’altro, anche quando sei annoiata di tuo, è  decidere di comprare una Triumph Spiftire gialla del ’76, solo perche’ sognate di andare al mare insieme d’estate, vivendo a Londra.

coppia hippie
questi non siamo noi…


Il mio uomo è svedese, è stata una scelta assolutamente fortuita. E no non attacchero’ il  solito pippone sul maschio italiano, perche’ potrebbe sfociare in una condanna populista che ci unirebbe tutte, nell’odio verso una categoria spesso a ragione bistrattata. Perche’ non tutti gli uomini italiani sono gelosi e insicuri, perche’ non tutti sono egocentrici e troppo focalizzati sulla percezione che gli altri hanno di loro, perche’ non tutti gli uomini italiani sono infedeli e preferiscono uscire con una donna 13 anni piu’ giovane, piuttosto che affrontare il disastro della loro vita, che si perpetua da quindici anni.

Sono uguali agli uomini di tutto il mondo, l’umanita’ è cosi’, siamo deboli e complessi, e spesso la soluzione che gli altri vedono per noi come la piu’ giusta, è la piu’ difficile da attuare.

Rossella Forle’ as mermaid in the city