Everyday life, Italiano, the F word

L’amore, la convivenza e altre vicissitudini, da squatter ad housewife in un battito di ali…

di: Rossella Forle’ – click here for the English version

La convivenza è quel momento in cui, per ragioni ancora non chiare, decidi dopo anni di vita da sola o con altre mille conquiline psicopatiche o meno, di condividere con un uomo tutto, dal bagno al letto, al nervosismo premestruale.

Il passaggio dalla vita di studentessa fuori sede a una tranquilla vita di coppia, è difficile e per alcuni aspetti traumatico.

Nella mia pluriennale esperienza di convivenza con amici e non, posso annoverare le piu’ strane, particolari, belle, instabili, allucinanti e drogate convivenze. E’ vivendo quotidianamente con le persone che le conosci davvero.

I miei primi anni d’Universita’ a Perugia furono caratterizzati da coabitazioni con noiose studentesse di giurisprudenza, artistoidi fumatrici d’erba, attrici, comunicatrici e spagnoli in Erasmus.

Successivamente Roma, Londra e Panama mi hanno reso donna.

Roma mi ha vista condividere abitazioni con amiche fidate, con cui passare serate sul divano a dire cazzate, condividere problemi, l’ansia da prestazione da tesi di laurea, le feste al km 15 a Motalto di Castro, i giri  in motorino di notte e le fughe al Link di Bologna.

A Londra invece, le  mie convivenze sono state a meta’ tra la pischellaggine universitaria e l’eta’ adulta. La colonna di piatti sporchi nel lavandino e le bottiglie di rum vuote nella living room, come la puzza dei posacenere ammuffiti nell’angolo, sono gli stessi del disagio universitario, mentre la sveglia alle sette del mattino, un lavoro di merda e mal pagato hanno piu’ a che vedere con i primi approcci al mondo del lavoro. Il tutto condito dalla pressione di seguire un master in marketing con studenti ricchi americani e giapponesi. Cosi’ per alcuni mesi ho pensato che vivere in squat, mi avrebbe dato una certa liberta’ economica, senza costringermi a lavorare a £5.50 all’ora in un caffe o in un bar di Shoreditch, quando Shoreditch non era di moda.

cofee @                   kick bar

Vivere in squat è un po’ come vivere costantemente in campeggio. Approfittavo della doccia calda della piscina di quartiere, per tenermi in forma e pulita. La bellezza dello squat e’ la costante condivisione di tutto, proprio tutto. Ho incontrato persone molto piu’ abituate a condividere gli spazi comuni in squat, che tra le progressiste coinquiline degli anni universitari.

Panama mi ha visto invece, passare da una convivenza in case umide a Londra al super appartamento al 12esimo piano con governante annessa, nel quartiere chic della ciudad. Mi sentivo un po’ come Tony Montana al vertice della sua scalata ” sociale”.

panama            cascata

Dopo sei mesi in citta’, mi resi conto che volevo avere un’esperienza reale in un paese tropicale. Cosi’ mi spostai sulla costa pacifica, per vivere in un villaggio di pescatori, in una casa con surfisti. Una delle esperienze piu’ belle della mia vita, ho imparato a surfare e ho fumato l’erba piu’ buona che avessi mai provato, che a confronto quella a 12euro al grammo romana, era una chimicata di infima qualita’.

Dopo dieci anni in cui ho visto le abitudini piu’ strane, tornata a Roma ho deciso di andare a vivere da sola. Il mio piccolo microscospico monolocale a Monteverde, mi sembrava una reggia. Non piu’ capelli di altre nel lavandino, non piu’ uomini sconosciuti in cucina a cui offrire un caffe bruciato, intrattenendo in vestaglia le conversazioni piu’ disparate. Liberta’, freedom potevo guardarmi tutta la serie di Romanzo Criminale o Boris in un solo pomeriggio e nessuno avrebbe pensato che ero asociale. Potevo finalmente  andare in giro in mutande, non mi avrebbe vista nessuno, a parte il mio dirimpettaio.

La convivenza con me stessa è scaturita dalla necessita’ di imparare a stare da sola, dopo una prima convivenza finita male.

La mia prima convivenza è stata un disastro, durata poco piu’ di cinque mesi. Non ho ancora capito perche’ andai a convivere. Lui era un bimbo, io ero alla ricerca di uno straccio di uomo, disposto a vivere con me, piu’ che altro per dimostrare a me stessa che potevo farlo.

Quella attuale è importante e come tutte le cose importanti è bella, a tratti complessa e difficile, ma piena di gioia. La convivenza a 30 anni puo’ essere pericolosa, spesso scaturisce dalla ricerca disperata di stabilita’, come se la stabilita’ si potesse costruire a tavolino ( vedi figli e matrimonio).

La scelta di andare a vivere con un uomo dovrebbe essere pensata e ponderata, non che io lo abbia fatto. Cercare di non cedere alla tentazione se, il sentimento che piu’ ci spinge a farlo, è la paura della solitudine.

Come donne e 30 enni, viviamo  con questa vocina interiore che ci consiglia costantemente di stare in coppia, perche’ single è sinonimo di disperazione e solitudine.

Perche’ per quanto siamo o facciamo finta di essere emancipate, la paura di essere una vecchia zitella ci impaurisce, senza capire che si tratta di una semplice imposizione culturale. Un po’ come la maternita’, ho visto molte, troppe donne che se non avessero avuto figli avrebbero fatto un piacere non solo a se stesse, ma anche alla creatura messa al mondo.

I figli o il matrimonio non sono e non possono essere una sorta di obiettivo sociale, una meta da raggiungere per mostrare al mondo che siamo adulte. Siamo sicure che essere adulte significhi avere una storia stabile?

Cos’e’ la stabilita? o meglio cosa si intende per stabilita’. Stabilita’ non è avere una casa, un lavoro, un matrimonio e il mutuo da pagare. La stabilita’ dovrebbe essere emotiva, che è una delle cose piu’ difficili da raggiungere, è il risultato di un duro lavoro su se stessi. Purtroppo, perche’ sperimentato, senza stabilita’emotiva, il rischio è ritrovarsi con uomini sbagliati e successivi investimenti emotivi, paragonabili alla costruzione del ponte di Messina di peluche.

Sento storie di donne belle, in carriera, fighe preoccupate perche’ non ancora in coppia, che dopo deludenti esperienze non hanno piu’ la voglia di investire in un rapporto, che si chiedono se il problema sia generazionale, degli uomini o dell’instabilita’ costante che attanaglia le nostre vite contemporanee.

Non esiste un solo responsabile, credo. Per lungo tempo, prima di incontrare Mattias, ho creduto che le relazioni nascessero dall’incontro con l’uomo perfetto o perlomeno vicino alla perfezione. ” I film americani a lieto fine, ci hanno rovinati” come dice il mio amico Marco. L’amore è il collante piu’ importante ma il piu’ difficile. Ho scoperto l’amore, quello vero, alla tenera eta’ di 32 anni e mi sono resa conto che quello che ho provato fino a quel momento era attaccamento, co- dipendenza, ammirazione o paura della solitudine, ma niente, nulla che assomigliasse anche lontanamente all’amore.

L’amore è  il coraggio di affrontare i problemi insieme, è mantenere la propria individualita’ fondendosi con l’altro, mantenere intatti i propri gusti musicali, di stile, cibo, vacanze e avere una visione comune della vita e del futuro.

Troppe volte ho preso le sembianze dei miei uomini, diventando la perfetta fidanzata, era il mio modo per esplorare cose nuove ma non mi accorgevo che in realta’, stavo creando dei rapporti con egocentrici ed egoisti, ed io ero troppo debole per ammetterlo.

Ho raggiunto livelli di sopportazione e tolleranza che hanno dell’inimmaginabile, l’amore non fa soffrire, l’amore vero è pura felicita’.

L’amore vero puo’ essere anche insopportabile, come lui con i boxer bucati, o te ossessionata dalla pulizia e dall’ordine. L’amore vero è litigare perche’ mentre lui ti sta’ parlando di lavoro, tu sei li’ che chatti su whatsapp con la tua amica a Roma, sulle scarpe che hai visto. L’amore vero è non annoiarsi dell’altro, anche quando sei annoiata di tuo, è  decidere di comprare una Triumph Spiftire gialla del ’76, solo perche’ sognate di andare al mare insieme d’estate, vivendo a Londra.

coppia hippie
questi non siamo noi…


Il mio uomo è svedese, è stata una scelta assolutamente fortuita. E no non attacchero’ il  solito pippone sul maschio italiano, perche’ potrebbe sfociare in una condanna populista che ci unirebbe tutte, nell’odio verso una categoria spesso a ragione bistrattata. Perche’ non tutti gli uomini italiani sono gelosi e insicuri, perche’ non tutti sono egocentrici e troppo focalizzati sulla percezione che gli altri hanno di loro, perche’ non tutti gli uomini italiani sono infedeli e preferiscono uscire con una donna 13 anni piu’ giovane, piuttosto che affrontare il disastro della loro vita, che si perpetua da quindici anni.

Sono uguali agli uomini di tutto il mondo, l’umanita’ è cosi’, siamo deboli e complessi, e spesso la soluzione che gli altri vedono per noi come la piu’ giusta, è la piu’ difficile da attuare.

 

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