da “fuori sede” a “cervelli in fuga”, le definizioni che hanno rotto il cazzo


di: Rossella Forle’

Sono ormai anni che non si sente parlare d’altro che di “cervelli in fuga”.

Ma poi perche’ uno che va a vivere all’estero, dovrebbe essere per forza in fuga.

Voli che costano meno di una cena fuori, App che ti dicono dove puoi trovare i cannoli siciliani anche a Edimburgo e ancora si parla di emigrazione, gente in fuga, valigie di cartone e roba del genere. L’Europa è cosi’ piccola che da Roma ad Amsterdam, ci metti lo stesso che ad andare ogni giorno in auto nelle ore di punta, da Prati all’EUR.

Insomma non si parte piu’ con le navi a vapore eppure si parla di esodi di massa. I dati ISTAT dei residenti all’estero, vengono accompagnati da titoli che sembrano annunciare  un bollettino di caduti in guerra.

Molti vanno via perche’ hanno voglia di fare di meglio o semplicemente perche’ sono annoiati dalle dinamiche della propria citta’, anche gli svedesi emigrano. Dopo Göteborg,  Londra è la citta’ con il piu’ alto numero di svedesi in Europa, per esempio.

A Roma nonostante tutto, nonostante gli affitti esorbitanti e lo stipendio da fame, stavo bene. Mi piacevano le serate al Pigneto, mi piaceva farmi rimorchiare dall’aspirante regista amante di Truffaut al Circolo degli Artisti o dall’ennesimo tatuatore al Fish ‘n’ Chips. Mi piacevano le discussioni di politica fatte di visioni settarie della vita o sei di destra o sei di sinistra, Hogan o Birkenstock, pariolo o zecca. Mi piaceva anche l’aperitivo al caffe degli orti d’estate, con i quarantenni divorziati dai sorrisi ingessati dalla cocaina.

Spesso mi trovo a leggere articoli del giornalista di turno di Paperoli News che viene qui a Londra, intervista qualcuno al Cafe Nero e dice che l’80% degli italiani a Londra fa il cameriere o il lavapiatti. A cui si aggiunge immediatamente, il commento di teresina di Campobasso sotto l’articolo in questione, che sentenzia ” vabbe ma se devi fare il cameriere a Londra lo puoi fare  anche in Italia”e raccoglie 250 likes. Non sono contro Teresina, ne’a favore di chi tira fuori la solita storia del fuori è tutto bello, che l’italia è un paese per anziani e non ci sono opportunita’ per i GGiovani. Rispetto enormemente chi rimane e ha questo spirito patriottico e crea qualcosa o semplicemente riesce a viverci dignitosamente.

Ma è anche vero che  andare a vivere all’estero non è sinonimo di disperazione, non nasconde un odio recondito verso il proprio paese, non indica che hai problemi  di personalita’ o in famiglia, che ti droghi e hai debiti con gli spacciatori o non hai senso civico e pensi che l’Italia sia ormai un paese del Terzo Mondo.

Anche gli australiani, i neozelandesi, i finlandesi emigrano.

Poi prendi una meridionale come me, io emigrante lo sono per scelta da quando ho 18 anni.

A Roma ho pagato per  anni affitti  esorbitanti in case fatiscenti, se faccio un conto, forse al mio padrone di casa gli avro’ comprato  la terza casa a Fregene. Senza contare le multe e le cartelle esattoriali di equitalia, tra macchina e motorino, meriterei almeno una cittadinanza onoraria nella capitale. Una targa con il mio nome  in una delle stazioni della Metro C. Con tutto quello che ho speso, forse me la sarei potuta comprare una fermata della Metro C. Eppure  nonostante tutto, a Roma ero ancora  una fuori sede anche a 30 anni con un lavoro e un l’affitto di un monolocale a mio nome.

Fuori sede è a mio parere una di quelle definizioni  denigranti e un po’ razziste come extra comunitario. Una sorta di apolide di nuova generazione.

Fuori sede è denigrante perche’ rimanda a serate con il fumo afgano, la vodka del Lidl e gli Abbracci a casa di amici studenti fuori sede come te, che vivevano al Pigneto nel 2003. Quando al Pigneto se la facevano solo i disperati e l’unico posto dove si poteva comprare la peroni, era  un internet point. Rimanda  a periodi in cui non facevi  differenza tra Tor di Nona e Tor Pagnotta, pensando che fossero entrambe in periferia e andavi in giro anche a gennaio in motorino.

Tu maschio romano non puoi definire una donna con una rispettabile carriera e un divano ad angolo dell’Ikea, una fuori sede, dopo 10 anni che vive a Roma. Non puoi definire fuori sede una che ha imparato a parcheggiare in doppia fila, come una qualsiasi altra romana con la Smart e conosce a memoria tutti i fossi della Prenestina.

Tu collega romana che vai ancora in giro con lo shatush come Belen, che hai vissuto tutta la vita a Laurentina e mi dici che non potresti mai vivere a Monteverde, non puoi definire me fuori sede.

Probabilmente a  Roma avrei potuto continuare ad avere una vita soddisfacente lavorando dalle 9 alle 21 a la Repubblica per due lire, continuare a  scrivere  nel tempo libero di vernissage, per la rivista “Arte e Fuffa”, che ci avrebbe messo 6 mesi per ridarmi i 20euro di rimborso spese per la benzina. Quando ho provato a lavorare da freelance, avevo i debiti pure al discount.

Ma in ogni caso a Roma stavo bene.

La vita di un emigrante in fuga non è poi cosi’ triste come si immagina, ma chi l’ha detto che ho nostalgia della mozzarella o del traffico romano.

Non sogno di notte il sole e il mare, al mare ci andavo 15 giorni all’anno anche quando ero in Italia e il resto a Torvaianica  il sabato, dove praticamente dividevo l’asciugamano con il vicino tatuato come me.

Come è vero che da emigranti in fuga non siamo tutti diventati milionari con le start up, designers famosi, ricercatori della NASA e brokers dell’alta finanza. Al contrario non siamo tutti lavapiatti e non ci facciamo d’eroina nei sobborghi londinesi.

Ci sono anche quelli come me, che hanno solo trovato un lavoro che piace e vengono pagati bene per farlo e sono felici come potrebbero esserlo a Roma, solo che a Londra con gli emigranti di tutto il mondo, si sentono piu’ a casa.

 

Illustration: Beppe Giacobbe

 

 

David Bowie e bla bla bla ….


 

di: Rossella Forle’

Lo scrivo o non lo  scrivo? questo mi dicevo stamattina.

Ma poi  che male c’è a scrivere qualcosa dedicata a qualcuno che ti ha alleviato i momenti tosti e riempito di idee e gioia gli ultimi 18 anni della tua vita.

Stessa roba per i post su facebook, non ho ancora capito se mi hanno dato piu’ fastidio quelli che hanno scritto RIP  “ooooddeooo senza neanche conoscerlo” o quelli che hanno commentato gli altri con odio e cinismo,  che voglio dire, David Bowie non lo conoscevi solo tu. O peggio ancora quelli che iniziano con la solita solfa su come i social media hanno cambiato la percezione della realta’ postando l’analisi di Pippi della Francesca su Queen Bitch blog secondo la quale, chi posta roba sui cantanti che hanno fatto la storia, anche solo se ne ha sentito una canzone,  soffre di una strana morbosa forma di egocentrismo da facebook.

Non volevo scrivere su David Bowie ma l’ho fatto perche’ le sue canzoni sono state la colonna sonora della mia vita. Ho fatto l’amore, ho avuto le serate piu’ divertenti tipo il revival vintage sfiga e giu’ di li, con le sue canzoni, mi sono ripresa dagli hangover piu’ tremendi, mi sono logorata dal dolore per il mio 24esimo ex e per tutti quelli precedenti, ho fatto i viaggi in macchina da sola, tipo Roma- Foggia con tutta la mia casa dentro, prima di ripartire per Londra e non ritornare ma i piu’.

Per me ieri è stato come aver perso un conoscente figo, tipo un amico di feste, uno di quelli che si ok non lo conosci benissimo ma ti ha sempre fatto divertire ed è davvero un peccato non vederlo piu’ in giro.

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Londra per un giorno si è fermata in suo onore in ufficio, in tutti i pub della citta’, nei negozi dappertutto, si suonava solo la sua musica.

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Cosi’ ieri a Brixton ci sono andata, ed era pieno di altre migliaia di persone che come me con David Bowie ci hanno fatto i figli, lo ascoltavano quando andavano al liceo,  si sono inspirati nella loro carriera di musicisti o semplicemente hanno solo ascoltato le solite quattro canzoni, che hanno ballato all’infinito ai compleanni degli amici.

E non importa quanto tu sia fan, perche’ sebbene conosca tutta la sua discografia non ho piu’ diritto di altri di celebrare la sua morte. Perche’ magari a quello che di solito ascolta Gianni Celeste, una canzone di David Bowie cambiera’ la vita a tal punto da indurlo a non ascoltare piu’ Gianni Celeste e farsi anche una cultura sui New York Dolls.

Ieri sera è stato fantastico ho cantato Space Oddity  con mille persone e ho scoperto che anche gli inglesi non conoscono tutte le parole, come le mie amiche italiane. Mi sono scolata quasi mezza bottiglia di whiskey con Sophie, perche’ faceva un freddo porco e sono stata felice  di essere uguale ad altre migliaia di persone.

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E sticazzi del conformismo e delle menate sui fenomeni da folla, perche’ ieri  è successo qualcosa di straordinario, migliaia di persone che non si erano mai viste prima nella vita, hanno ballato insieme bloccando il traffico e fregandosene della polizia, per celebrare e divertirsi come se lui fosse li’.

A lui non dobbiamo solo la musica, di cui ci ha nutrito negli ultimi 46 anni. Senza Bowie non avremmo avuto il punk, il post-punk, la new wave, il glam, l’hair methal, il brit pop…

Non avremmo avuto la caduta del muro di Berlino.

Ci ha liberato dagli stereotipi sul gender e sulla sessualita’ e ci ha insegnato ad ascoltare buona musica. Senza di lui non avremmo avuto l’orgoglio gay, il glitter, i pantaloni attilati e i tacchi sugli uomini con capelli meravigliosi. Al suo stile si sono ispirati  tutti da Dior a Gucci, passando per Miu Miu e Jean Paul Gaultier.

 

Gucci
Gucci
jean paul Gaultier
Jean Paul Gaultier

David Bowie non era solo un musicista era un performer, era un’icona, puo’ non piacerti ma non puoi dire che fa schifo.

Dal suo album di esordio Space Oddity del 1969, agli anni glam di Berlino, fino a Blackstar Bowie è stata una sorta di divinita’ che ha avuto la forza spirituale e culturale se non di cambiare il mondo, di cambiare almeno alcuni mondi.

Ha fatto  arte senza necessariamente cercare forza nei suoi ascoltatori. Non è mai stato una puttana della musica, non ha mai creato qualcosa che lo rendesse piacevole a tutti  e per questo piaceva a tutti, sembrava quasi noncurante del disprezzo.

Non è mai stato la cover di nessuno, ha riespresso a suo modo la sua passione per Little Richard e Scott Walker. Non era camaleontico, era un ascoltatore.

E non ce ne sara’ un altro, quindi ben vengano i Greatest Hits e i libri che raccontano la sua storia e spero che vadano a ruba, perche’ come Picasso, dovrebbero conoscerlo tutti!

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sul feticismo lavorativo – dimmi quanto lavori e ti diro’ chi sei


di: Rossella Forle’

Le vacanze sono finite e siamo tutti tornati a lavoro. Le riviste  e il web sono pieni di consigli naturali e non, su come superare la sindrome da rientro.

Bevi tisane di marijuana, corri nudo nel parco, potrebbero essere alcuni dei consigli che vi darei.

Dopo Capodanno, forse ancora un po’ stordita dai due giorni di festa, osservando amici e colleghi, mi sono resa conto di quanto l’approccio al lavoro sia diventato assolutamente feticista.

La prima cosa che ti viene chiesta in qualsiasi posto tu vada, dall’house party a volte gridando, ad una cena, passando per la birra nel pub o il caffe a casa della zia è, “che lavoro fai?”, come se fosse l’unica cosa che ti definisca.

Come se la tua felicita’ non dipendesse dalla qualita’ dei tuoi rapporti interpersonali, dalle tue passioni, dal tempo che dedichi a te stesso, dalla qualita’ del tempo che trascorri con il tuo uomo o donna, o quante volte fai l’amore in una settimana, ma solo da cosa fai.

Non importa che al di fuori del tuo lavoro sia solo e disperato, che l’unica forma di relazione con altri individui sia attraverso il tuo smartphone, da cui aggiorni tristemente il tuo profilo linkedin con frasi tipo ” se vuoi puoi” ” Se il lavoro non ti nobilita, ti fortifica”” con la foto di Leonardo di Caprio nei panni di Jordan Belford, nel Wolf of Wall Street. Insomma se il tuo lavoro è decentemente remunerato e la tua agenda è piena, si da’ il caso che tu stia bene!

frasi tristi
ecco una cosa del genere!

Partendo dal presupposto che il mio mi piace e  il tempo libero è uno degli incentivi della mia azienda, sono dell’ opinione che anche il lavoro dei sogni, se fatto tutti i giorni non possa portare sempre risultati entusiasmanti.

Se poi parliamo di lavori creativi, la routine quotidiana, credo sia assolutamente deleteria.

Nella mia ricerca di soluzioni alternative al logorio della vita da ufficio, mi sono  imbattuta in un libro molto interessante” The Mythology of Work: How Capitalism Persists Despite Itself “,  scritto da Peter Fleming, professore di Business and Society, alla City University  di Londra, che ha provato a spiegare quanto la nostra vita non sia  diventata nient’altro che il nostro lavoro. Il lavoro  da forma di sopravvivenza, collegata alla necessita’ di procurarsi beni di prima necessita, si è trasformato in un rituale.

the mithology of work

Lavorare 40 ore a settimana pare sia dannoso, secondo Fleming, per la mente e il corpo, ma questo lo sapevamo gia’. Il rifiuto del lavoro non ha niente a che vedere con la pigrizia, dice. Anzi come lui stesso sottolinea”se vuoi davvero vedere cosa significa essere pigri, fatti un giro negli uffici di una corporate”.

La nostra societa’ praticamente si è trasformata in una fabbrica che non dorme mai, la cosa piu’ assurda e interessante da osservare è che, tra un impiegato milanese e uno della city londinese, ci sia poca differenza. Questa è la situazione, si tende a  promuovere la nostra vita al contrario, le esigenze dell’economia e la gogna del lavoro sono considerati gli unici parametri in base ai quali regolarsi. Chi non ha lavoro non è solo un disoccupato o inoccupato ma anche un reietto. Lavorare non “stanca” più, lavorare è un imperativo etico, sociale e persino estetico. Il lavoro rende liberi e belli. Evviva. Il lavoro è una religione, come dice bene Antonio Saccoccio (in Sopravvivere alla maturità. Il colloqui finale, Avanguardia 21 Edizioni).

Spesso per poter dimostrare  attaccamento e passione, si rimane in ufficio fino alle 21:00, anche se non si ha davvero niente da fare. Una sorta di gara di resistenza, in cui il tempo per se stessi si è limitato, a quello che si ha al mattino sulla tazza del cesso.

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David Brent – The Office TV Series

In questo il nord europa, sempre avanti sotto diversi punti di vista, sta proponendo la giornata lavorativa di 6 ore, alcune aziende in Danimarca e Svezia hanno gia’ iniziato, per permettere ai dipendenti una vita piu’ felice, piu’tempo in famiglia o con gli amici o semplicemente  piu’ tempo da dedicare alle attivita’ che piu’ ci pacciono. Pare che il risultato possa portare ad un aumento della produttivita’ e un maggiore rispetto dell’azienda. (Leggi: http://www.theguardian.com/world/2015/sep/17/efficiency-up-turnover-down-sweden-experiments-with-six-hour-working-day)

Al contrario invece, l’immagine che viene fuori da una ricerca di Gallup sui lavoratori del Regno di sua Maesta’ e statunitensi, la popolazione degli uffici puo’ essere suddivisa in 3 categorie:

Engaged (13%), Disengaged (63%) and Actively Disengaged (23%).

Engaged: sono quelli completamente connessi con il loro lavoro, il successo dell’azienda è il loro successo, rappresentano solo ahime’ un 13% e se credono che qualcosa possa essere fatto meglio, lo condividono per migliorare la performance dell’azienda.

Disaengaged: Quelli che vanno da Inferno 1 ( Casa ) a Inferno2 ( Lavoro) soffrono di ” preseeteism” ossia ossessione nello stare a lavoro, arrivare a lavoro alle 9 lavorare per le prime due ore e dedicarsi a nulla per il resto della giornata.

Se mi stai leggendo adesso in ufficio, guardati intorno il tuo capo potrebbe essere dietro di te, in ogni caso sai di cosa sto parlando.

Activetely Disengaged: quelli che praticamente sono inclini al sabotaggio dell’azienda e di loro stessi. Anche se conoscono la soluzione al problema, non offrono il loro supporto e creano problemi con le persone intorno. Quelli che odiano il loro lavoro, ma continuano a farlo, sentendosi intrappolati in una vita che insomma, è ormai diventata un incubo.

Con il termine bio-proletariato, Fleming invece fa riferimento a una classe sociale, la cui vita è  costantemente imbrigliata al lavoro. Mettiamo che tu sia un cameramen o un bartender, insomma uno di quelli che lavora a chiamata, il cui lavoro dipende da un’agenzia che ti contratta, quando ha bisogno di te.  Il manager ti chiama e dice che per te oggi non c’è lavoro, in ogni caso tu eri pronto e la mente era settata sulla giornata lavorativa, ma dovrai organizzarti diversamente. Questa tipologia pare sia praticamente in continuo work mode. Sei sempre pronto a lavorare e questo non ti permette di rilassarti completamente, limitando di conseguenza la scelta del tempo libero. Questa dinamica pare accomuni in parte anche i freelance, per i quali soprattutto a Londra, dove i costi della vita sono  diventati altissimi, l’ansia da non-lavoro, rende il tutto spesso meno piacevole di quanto si possa immaginare.

Secondo il professore pare ci sia qualcosa di sbagliato nella gestione del tempo, nonostante la tecnologia abbia  velocizzato i tempi, siamo sempre a lavoro, in UK pare che ogni singolo dipendente riceva la media di 9.000 email all’anno e scriva email interne per 36 giorni  all’anno, un’inutile dispendio di energie. La soluzione secondo Fleming sarebbe quindi nazionalizzare le aziende e ridurre la settimana lavorativa a non piu’ di 20 ore.

Nonostante sia affascinata da idealisti positivi  come lui e mi trovi d’accordo su alcuni punti, ritengo che le soluzioni suggerite, siano ancora abbastanza utopistiche. Ma sono ottimista e forse un giorno arriveremo a un rapporto ancora piu’ sano, con tempi piu’ vicini a quelli personali.

La nostra generazione non si accontenta piu’, vuole fare quello per cui ha studiato o perlomeno quello che sogna, da qui l’emigrazione  degli italiani verso paesi con maggiori opportunita’ e meno clientelismo o la piu’ coraggiosa decisione di altri, che rifiutano di farsi sottopagare  in citta’, e mettono su il proprio sogno, in provincia magari al sud o in centro Italia.

Cosi’ in attesa di una rivoluzione che ci vorra’ tutti connessi dalla spiaggia o dalla campagna, per non piu’ di quattro ore al giorno, ho messo insieme una lista di consigli hippie-terroni  da applicare alla routine da ufficio:

  1. n0n mangiare di fronte al computer da sola – ci sono mille posti in cui puoi fare la tua pausa pranzo, in un parco d’estate o in una cafeteria in inverno ma soprattutto non mangiare da sola ?  invita un collega o piu’ di uno.
  2. prova a creare un ambiente piacevole intorno a te, sii amabile con i tuoi colleghi  parla di cose piacevoli, film che hai visto, libri che ti piacciono, vacanze, fai dell’ironia su te stessa, evita un po’ le  discussioni politiche, ma non creare rapporti basati sulla condivisione di stupidi pettegolezzi o faide silenziose
  3. Non ti prendere troppo sul serio, lavoriamo tutti baby, non sei l’unica ad essere stressata per l’imminente deadline
  4. Ma soprattutto sorridi e saluta tutti, non c’e’ bisogno di condividere lo stesso team per degnare del saluto il tuo collega, lavori nello stesso palazzo e lo vedi tutte le mattine per almeno 300 giorni all’anno, se gli dici ciao, nessuno ti obblighera’ a uscirci insieme
  5. Se sei stanca, vai in vacanza, anche un weekend lungo puo’ aiutare, al sole ancora meglio, ma non serve andare in Costarica. Potrebbe bastare anche un giorno libero in citta’, una mostra e una giornata con un’amica o una sana scopata mattutina!

 

hippie