Everyday life, Italiano

sul feticismo lavorativo – dimmi quanto lavori e ti diro’ chi sei

di: Rossella Forle’

Le vacanze sono finite e siamo tutti tornati a lavoro. Le riviste  e il web sono pieni di consigli naturali e non, su come superare la sindrome da rientro.

Bevi tisane di marijuana, corri nudo nel parco, potrebbero essere alcuni dei consigli che vi darei.

Dopo Capodanno, forse ancora un po’ stordita dai due giorni di festa, osservando amici e colleghi, mi sono resa conto di quanto l’approccio al lavoro sia diventato assolutamente feticista.

La prima cosa che ti viene chiesta in qualsiasi posto tu vada, dall’house party a volte gridando, ad una cena, passando per la birra nel pub o il caffe a casa della zia è, “che lavoro fai?”, come se fosse l’unica cosa che ti definisca.

Come se la tua felicita’ non dipendesse dalla qualita’ dei tuoi rapporti interpersonali, dalle tue passioni, dal tempo che dedichi a te stesso, dalla qualita’ del tempo che trascorri con il tuo uomo o donna, o quante volte fai l’amore in una settimana, ma solo da cosa fai.

Non importa che al di fuori del tuo lavoro sia solo e disperato, che l’unica forma di relazione con altri individui sia attraverso il tuo smartphone, da cui aggiorni tristemente il tuo profilo linkedin con frasi tipo ” se vuoi puoi” ” Se il lavoro non ti nobilita, ti fortifica”” con la foto di Leonardo di Caprio nei panni di Jordan Belford, nel Wolf of Wall Street. Insomma se il tuo lavoro è decentemente remunerato e la tua agenda è piena, si da’ il caso che tu stia bene!

frasi tristi
ecco una cosa del genere!

Partendo dal presupposto che il mio mi piace e  il tempo libero è uno degli incentivi della mia azienda, sono dell’ opinione che anche il lavoro dei sogni, se fatto tutti i giorni non possa portare sempre risultati entusiasmanti.

Se poi parliamo di lavori creativi, la routine quotidiana, credo sia assolutamente deleteria.

Nella mia ricerca di soluzioni alternative al logorio della vita da ufficio, mi sono  imbattuta in un libro molto interessante” The Mythology of Work: How Capitalism Persists Despite Itself “,  scritto da Peter Fleming, professore di Business and Society, alla City University  di Londra, che ha provato a spiegare quanto la nostra vita non sia  diventata nient’altro che il nostro lavoro. Il lavoro  da forma di sopravvivenza, collegata alla necessita’ di procurarsi beni di prima necessita, si è trasformato in un rituale.

the mithology of work

Lavorare 40 ore a settimana pare sia dannoso, secondo Fleming, per la mente e il corpo, ma questo lo sapevamo gia’. Il rifiuto del lavoro non ha niente a che vedere con la pigrizia, dice. Anzi come lui stesso sottolinea”se vuoi davvero vedere cosa significa essere pigri, fatti un giro negli uffici di una corporate”.

La nostra societa’ praticamente si è trasformata in una fabbrica che non dorme mai, la cosa piu’ assurda e interessante da osservare è che, tra un impiegato milanese e uno della city londinese, ci sia poca differenza. Questa è la situazione, si tende a  promuovere la nostra vita al contrario, le esigenze dell’economia e la gogna del lavoro sono considerati gli unici parametri in base ai quali regolarsi. Chi non ha lavoro non è solo un disoccupato o inoccupato ma anche un reietto. Lavorare non “stanca” più, lavorare è un imperativo etico, sociale e persino estetico. Il lavoro rende liberi e belli. Evviva. Il lavoro è una religione, come dice bene Antonio Saccoccio (in Sopravvivere alla maturità. Il colloqui finale, Avanguardia 21 Edizioni).

Spesso per poter dimostrare  attaccamento e passione, si rimane in ufficio fino alle 21:00, anche se non si ha davvero niente da fare. Una sorta di gara di resistenza, in cui il tempo per se stessi si è limitato, a quello che si ha al mattino sulla tazza del cesso.

office 2
David Brent – The Office TV Series

In questo il nord europa, sempre avanti sotto diversi punti di vista, sta proponendo la giornata lavorativa di 6 ore, alcune aziende in Danimarca e Svezia hanno gia’ iniziato, per permettere ai dipendenti una vita piu’ felice, piu’tempo in famiglia o con gli amici o semplicemente  piu’ tempo da dedicare alle attivita’ che piu’ ci pacciono. Pare che il risultato possa portare ad un aumento della produttivita’ e un maggiore rispetto dell’azienda. (Leggi: http://www.theguardian.com/world/2015/sep/17/efficiency-up-turnover-down-sweden-experiments-with-six-hour-working-day)

Al contrario invece, l’immagine che viene fuori da una ricerca di Gallup sui lavoratori del Regno di sua Maesta’ e statunitensi, la popolazione degli uffici puo’ essere suddivisa in 3 categorie:

Engaged (13%), Disengaged (63%) and Actively Disengaged (23%).

Engaged: sono quelli completamente connessi con il loro lavoro, il successo dell’azienda è il loro successo, rappresentano solo ahime’ un 13% e se credono che qualcosa possa essere fatto meglio, lo condividono per migliorare la performance dell’azienda.

Disaengaged: Quelli che vanno da Inferno 1 ( Casa ) a Inferno2 ( Lavoro) soffrono di ” preseeteism” ossia ossessione nello stare a lavoro, arrivare a lavoro alle 9 lavorare per le prime due ore e dedicarsi a nulla per il resto della giornata.

Se mi stai leggendo adesso in ufficio, guardati intorno il tuo capo potrebbe essere dietro di te, in ogni caso sai di cosa sto parlando.

Activetely Disengaged: quelli che praticamente sono inclini al sabotaggio dell’azienda e di loro stessi. Anche se conoscono la soluzione al problema, non offrono il loro supporto e creano problemi con le persone intorno. Quelli che odiano il loro lavoro, ma continuano a farlo, sentendosi intrappolati in una vita che insomma, è ormai diventata un incubo.

Con il termine bio-proletariato, Fleming invece fa riferimento a una classe sociale, la cui vita è  costantemente imbrigliata al lavoro. Mettiamo che tu sia un cameramen o un bartender, insomma uno di quelli che lavora a chiamata, il cui lavoro dipende da un’agenzia che ti contratta, quando ha bisogno di te.  Il manager ti chiama e dice che per te oggi non c’è lavoro, in ogni caso tu eri pronto e la mente era settata sulla giornata lavorativa, ma dovrai organizzarti diversamente. Questa tipologia pare sia praticamente in continuo work mode. Sei sempre pronto a lavorare e questo non ti permette di rilassarti completamente, limitando di conseguenza la scelta del tempo libero. Questa dinamica pare accomuni in parte anche i freelance, per i quali soprattutto a Londra, dove i costi della vita sono  diventati altissimi, l’ansia da non-lavoro, rende il tutto spesso meno piacevole di quanto si possa immaginare.

Secondo il professore pare ci sia qualcosa di sbagliato nella gestione del tempo, nonostante la tecnologia abbia  velocizzato i tempi, siamo sempre a lavoro, in UK pare che ogni singolo dipendente riceva la media di 9.000 email all’anno e scriva email interne per 36 giorni  all’anno, un’inutile dispendio di energie. La soluzione secondo Fleming sarebbe quindi nazionalizzare le aziende e ridurre la settimana lavorativa a non piu’ di 20 ore.

Nonostante sia affascinata da idealisti positivi  come lui e mi trovi d’accordo su alcuni punti, ritengo che le soluzioni suggerite, siano ancora abbastanza utopistiche. Ma sono ottimista e forse un giorno arriveremo a un rapporto ancora piu’ sano, con tempi piu’ vicini a quelli personali.

La nostra generazione non si accontenta piu’, vuole fare quello per cui ha studiato o perlomeno quello che sogna, da qui l’emigrazione  degli italiani verso paesi con maggiori opportunita’ e meno clientelismo o la piu’ coraggiosa decisione di altri, che rifiutano di farsi sottopagare  in citta’, e mettono su il proprio sogno, in provincia magari al sud o in centro Italia.

Cosi’ in attesa di una rivoluzione che ci vorra’ tutti connessi dalla spiaggia o dalla campagna, per non piu’ di quattro ore al giorno, ho messo insieme una lista di consigli hippie-terroni  da applicare alla routine da ufficio:

  1. n0n mangiare di fronte al computer da sola – ci sono mille posti in cui puoi fare la tua pausa pranzo, in un parco d’estate o in una cafeteria in inverno ma soprattutto non mangiare da sola ?  invita un collega o piu’ di uno.
  2. prova a creare un ambiente piacevole intorno a te, sii amabile con i tuoi colleghi  parla di cose piacevoli, film che hai visto, libri che ti piacciono, vacanze, fai dell’ironia su te stessa, evita un po’ le  discussioni politiche, ma non creare rapporti basati sulla condivisione di stupidi pettegolezzi o faide silenziose
  3. Non ti prendere troppo sul serio, lavoriamo tutti baby, non sei l’unica ad essere stressata per l’imminente deadline
  4. Ma soprattutto sorridi e saluta tutti, non c’e’ bisogno di condividere lo stesso team per degnare del saluto il tuo collega, lavori nello stesso palazzo e lo vedi tutte le mattine per almeno 300 giorni all’anno, se gli dici ciao, nessuno ti obblighera’ a uscirci insieme
  5. Se sei stanca, vai in vacanza, anche un weekend lungo puo’ aiutare, al sole ancora meglio, ma non serve andare in Costarica. Potrebbe bastare anche un giorno libero in citta’, una mostra e una giornata con un’amica o una sana scopata mattutina!

 

hippie

 

 

 

 

1 thought on “sul feticismo lavorativo – dimmi quanto lavori e ti diro’ chi sei”

  1. Tutto tristemente vero. E, per offrire un quadro più completo, direi che la vita di un artista freelance, che fa ciò che ha sempre sognato ed ama appassionatamente (col vantaggio di non avere capoufficio) a volte si rivela una trappola. E lavorare “solo” 40 ore settimanali un lusso che non puoi permetterti, sigh… un abbraccio, torno al lavoro (di domenica) =)

    Liked by 1 person

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s