Ritorno al Sud…


Quando hai un blog, anche se non lo legge nessuno, il post sulla citta’ di origine tocca farlo, altrimenti passeresti per quella che ha dimenticato le sue origini  – che noi lo sappiamo da dove vieni –  mi disse “un’amica”, come se venissi dalle favelas. Pero’tornerei a casa comunque, per amore, non solo per scrivere posts e fare le foto alla cattedrale con l’hashtag #zafo’.

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Vivo fuori dalla mia citta’ da 16 anni e ho vissuto a Foggia per 13 anni, sono nata a Milano ahime’ e sono stata presa per il culo nel mio cortile, per il mio accento a quel tempo leggermente milanese, per mesi. Fino a quando non presi per i capelli la bambina antipatica del primo piano e non picchiai, nonostante fossi sui pattini, Andrea della scala A. Imparai a dire “pingone” e finalmente fui accettata dal branco di ragazzini piu’ cafoni che abbia mai conosciuto.

Posso quindi confermare che  il tempo trascorso come terrona emigrata,  è sicuramente maggiore di quello da foggiana, che non sa parlare bene  il dialetto foggiano.

Sono una foggiana a meta’ che vive a Londra, sono stata una foggiana a meta’ che viveva a Perugia e una foggiana a meta’ sia a Panama che a Roma. Da anni insomma vivo in quella condizione di mezzo, per la quale sono una terrona  quando vivo fuori  e  ” una che se n’è andata!” quando torno a casa. Vivendo in un continuo stato da disadattata, per cui vanto le mie origini pugliesi e la scamorza dell’Appennino dauno in terra straniera e mi lamento delle buche quando torno a casa.

E anche questa volta,  tornata in citta’, ho fatto le stesse cose di sempre. Ho provato a incontrare i compaesani che promettono cene, aperitivi e feste  su facebook ma che, quando li contatti nella vita reale, non rispondono neanche oppure proprio in quella settimana, vengono afflitti dalle tragedie familiari piu’ assurde.

Cosi anche questa volta mi sono ritrovata con le solite vecchie amiche dei tempi dell’America*, quelle che anche se cambio numero ogni volta che torno in Italia, come uno spacciatore magrebino, mi passano a prendere a casa.

Questa volta pero’, sara’ la vecchiaia, ho deciso di fare la turista a casa mia. Provando a riscoprire le bellezze del Tavoliere, quella terra brulla quasi desertica sulla quale si estende la mia citta’. Ritrovando numerose analogie con il Marocco.

tavoliere

Ho fatto cose da turista tedesca in chianella*, tipo andare a prendere un caffe da sola in piazzetta, girovagare per i vicoli che vanno da Piazza Mercato alle Croci, rincontrando per caso gente che non vedevo dal 1998.

Ho scoperto (riscoperto) una Foggia diversa. E ho capito che è perfino bella.

Sono andata a vedere la mostra dedicata ad Andrea Pazienza a San Severo,  sotto la calura delle 11 del mattino. Con tanto di passeggiata nella  citta’ vecchia e stupenda, chiedendo –  scusi per il museo?! –

san severo

Mostra interessante quella su Andrea Pazienza, al MAT ( Museo dell’Alto Tavoliere) di cui  è stato finalmente celebrato e riconosciuto il genio. Li avrebbe compiuti il 23 maggio ma “il vecchio Paz” se n’è andato che ne aveva molti meno. Buon Compleanno Paz celebra i suoi 60 anni e  raccoglie gli omaggi dei piu’ grandi fumettisti italiani, alla piu’ grande rock star  del disegno italiano.

Sono stata una sua grande fan da sempre, Pazienza era tutti i suoi personaggi. Colasanti il bello, di certo Pompeo, e perfino Zanardi. Il tremendo Zanardi, spietato, cinico, violento.

 

E’ stato stupendo rivedere una mostra su di lui, in Puglia dietro casa, a ricordarmi gli anni’90, quando i suoi personaggi un po’ incarnavano i miei ideali adolescenziali.

Ho riscoperto  la Foggia dei foggiani che stanno facendo cose fighe per questa  citta. Amici appassionati di musica che organizzano eventi musicali e altri che dopo anni di Bologna, Milano, Torino, Londra sono tornati qui per farle. Ho conosciuto nuovi artisti, creativi che stanno lanciando nuove idee!

Ho ri -provato affetto per un citta’ che tante volte ho criticato. Non mi è mai piaciuto il lassismo dilagante, anche se  negli anni mi sono resa conto che a Roma è ancora peggio.

Ho riassaporato  il sole e le temperature spettacolari, dopo i 15 gradi  di Londra a maggio e la pioggia fino ad agosto. Ho riscoperto la bellezza di uscire alle 11 di sera, dopo cena con calma  e trovare il casino in giro fino a tardi.

Foggia è bella nonostante tutto. Nonostante sia stata  lacerata nella sua memoria e nella sua cultura dai bombardamenti e ricostruita due volte negli ultimi due secoli.  Foggia resiste, nonostante abbia subito cesure d’identita’ e abbia avuto negli anni le gestioni peggiori della storia.

Foggia è bella, perche’ la bellezza è una cosa che sta nel cuore, più che nello sguardo. E seppure a volte non la sopporto, rimarra’ per sempre la mia citta’.

 

* America: per i non foggiani, la pizzeria America negli anni ’90 era un posto dove vendevano i panzerotti fritti e la peroni a mille lire in Via Brindisi, la cui saracinesca  e lo scalino sottostante diventarono luogo di incontro di tutti gli pseudo alternativi della citta’

*chianella: infradito / sandalo estivo

 

about the silent end of digital relationship


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I’m always connected, it is the first thing I do when I wake up in the morning while I make my coffee and one of the last when I go to sleep before reading.

I always try to meet my friends in person. I’m lucky enough to have more or less most of them here in Hackney. We can bump into  each others sometimes, even in the street or at the gym, like in the 90s in my home town.

My Italian friends are suffering the distance that forces me to use social media to keep those friendships alive. Initially I had a lot of fun chatting online. I remember I had  a friend I used to talk with him on MSN. Our conversations were also intense and beautiful. Until I realized our friendship did not exist in real life.

A few months ago I ended a relationship with a friend that I know since 15 years in real life. The discussion between us was really violent. We ended up our friendship without even a real phone call. Among whatsapp, facebook and gmail we exchanged  terrible messages  we would not even had the ability to pull out.  There was the video in between, words flowed fast, although it was hurting we kept sparing. Notification of her message on whatsapp or e-mail in the inbox caused me panic and anxiety. The whole situation ended up  with the mutual “block” on all possible digital contacts.

Our friendship revolved around experiences over substance: festivals, parties, and the desire to turn bad decisions into good stories kept us pretty tight but our friendship was always one Snapchat away from oblivion. In the last few years for normal reasons like living in two different European cities, online relationship was save us in corner to forget each other.

Now after months of silence and after having digested the detachment, I can analyze with clearly the end of this relationship. I can admit that our friendship was probably already over, but the “digital proximity” had allowed us to keep it alive. Maintaining relationships online through messaging removes the negative barriers of social interaction, speeds up intimacy, and makes us all think we’re closer to one another, but in actual fact, it strips away emotional attachment.

In the past, perhaps without whatsapp and facebook we would have lost each other but it would have seemed natural or we would have had a fight live or by phone.

Disappearing from the online life of the other, is best known as ghosting.Ghosting—the act of ending a relationship by ignoring someone’s attempts at communication, or blocking them on social media—has gained a deservedly shitty. It is above all a cruel and cowardly move.

A recent study revealed that 53 percent of people under 30 would end a relationship via digital means, versus 27 percent of those 40 and over.

When you hit the un-friend button as an adult—even though it’s a petty, juvenile act—you’re cementing the end of a friendship that you don’t have time to mend in real life. Things just… go on, which is what has happened in my case.

Ghosting hasn’t left me feeling liberated or brought me closure, though. Instead, I’m left in a state of digital limbo. For me, ghosting seemed to be the appropriate method of ending a friendship that existed entirely through the online approval of photo “likes” and chats on messenger.

The fact that you can just disappear, only underlines how superficial some relationship are today. Ghosting friends is indicative of the brittle nature of the bonds of association which keep our generation constantly connected; we can swap people in and out of our lives like profile pictures, especially when we don’t have to hold ourselves accountable to them in real life.

Equally strange is the presence of true friends that have been part of your life deeply for year. Now they are just shared photos or like on facebook. Ghosts of a recent past that  revived in a sort of reality, updating you about  their summer holidays.

This story, however, made me reflect on the depth of my friendships, on the quality of them. It is not enough chatting. This experience was useful to confirm what I always thought; friendships need time. Time to spend together. With friends you must have real conversations, travel together. You have to live them! I realized how much important is physical contact in my life. As terrona  I touch people even when I talk. Exchanging emoticons and messages it really bores me. I prefer a glass of wine and a real conversation.

And if I have a problem I prefer to say “fuck you” in your face or at least by telephone … and be willing to take one back. This false dynamic and aseptic way to say goodbye with a single click, trying to put everything under the carpet it’s just so sad … but maybe I’m just too 90s.

 

Illustrazione: Renato Moriconi “Telefono descompuesto

Sulla fine silenziosa delle relazioni digitali


 

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Sono sempre connessa, è la prima cosa che faccio quano mi sveglio al mattino mentre faccio il caffe e una delle ultime quando vado a dormire prima di leggere.

Pero’ provo a incontrare sempre di persona i miei amici. Ho la fortuna di  averli tutti piu’ o meno qui ad Hackney, in una dimensione  che permette di vederci anche per caso per strada o in palestra, un po’ come negli  anni ’90.

Le mie amicizie italiane soffrono invece la lontananza che mi costringe all’utilizzo dei social media per tenerle in vita. Inizialmente trovavo divertente chattare. Ai tempi di MSN avevo un amico in particolare che sentivo solo li’. Le nostre conversazioni erano anche intense e bellissime, fino a quando non mi resi conto che la nostra amicizia non esisteva nella realta’.

Qualche mese fa ho chiuso una relazione con un’amica che conoscevo da 15 anni nella vita reale. Entrambe abbiamo portato avanti un confronto violento, senza neanche una reale telefonata. Tra whatsapp, facebook e gmail  ci siamo scambiate messaggi di una crudelta’ e cattiveria inaudita che forse nella realta’ non avremmo mai avuto la capacita’ di tirare fuori, c’era il video di mezzo, le parole scorrevano veloci, sebbene facessero male non ci siamo risparmiate le coltellate. La notifica di un suo messaggio su whatsapp o una sua email in inbox mi causavano panico e ansia. Il tutto è terminato con il reciproco “blocco”  su tutti i possibili contatti digitali.

La nostra amicizia in passato si basava più sulle esperienze che condividevamo che sulla sostanza: sui festival, sui casini e sui pettegolezzi. Siamo state molto unite perché cercavamo di trasformare pessime decisioni, in situazioni che valeva la pena vivere, ma soprattutto negli ultimi anni, per ragioni apparentemente normali quali vivere in due citta’ europee diverse,  un messaggio ci salvava in corner dal dimenticarci l’una dell’altra.

Adesso dopo mesi di silenzio e dopo aver digerito il distacco, riesco ad analizzare con maggiore lucidita’ la fine di questa relazione. E posso conscientemente ammettere che la nostra era probabilmente finita da tempo, ma la ” vicinanza” digitale ci aveva permesso di tenerla ancora in vita. I messaggi istantanei eliminano le barriere, rendendo più immediato lo sviluppo dell’intimità e ci fanno sentire tutti più vicini, pero’ impediscono la creazione di un vero attaccamento emotivo.

In passato forse senza whatsapp e facebook  ci saremmo perse di vista, non sentirci piu’ sarebbe sembrato naturale, oppure avremmo litigato dal vivo o per telefono.

La triste modalita’ di dirsi addio scomparendo dalla vita dell’altro online, è meglio conosciuta come ghosting; chiudere una relazione con qualcuno semplicemente ignorandone i tentativi di comunicazione o bloccandolo sugli svariati mezzi a nostra disposizione, è oltretutto  una mossa crudele e codarda.

Secondo uno studio recente  il 27% dei nati dopo il 1975 e il 53% degli under 30, chiude una relazione per vie digitali . Quando premi “blocca” da adulto—anche se è un atto infantile—stai ponendo fine a un’amicizia che non hai tempo o voglia di riaggiustare nella realtà.

Sparire non mi ha fatto sentire più leggera o sicura delle mie scelte. Sono rimasta bloccata in una specie di limbo digitale. Mi dispiace forse di piu’ non vedere come va’ la sua vita su facebook  che sentirla o magari vederla. Assurdo! Ma mi sembrava che fosse il metodo più appropriato, per porre fine a un’amicizia che si limitava ormai a qualche like insipido su Facebook e a un messaggio ogni due mesi su whatsapp, nascondendo una serie piu’ profonda di problemi relazionali.

Il fatto che tu possa semplicemente sparire, non fa che sottolineare quanto siano superficiali oggi le relazioni che millantiamo di avere, quando stiamo tutto il giorno connessi. Possiamo cambiare le persone “importanti” della nostra vita come foto del profilo, soprattutto quando sono lontane e quindi non dobbiamo farci i conti nella realtà.

Altrettanto strana è la presenza  di amici veri cha hanno fatto parte della tua vita in modo intenso e profondo per anni che si riducono a una foto condivisa o un like su facebook. Fantasmi di un passato recente che rivivono in una sorta di realta’ di mezzo, aggiornandoti sulle loro vacanze estive.

Questa storia pero’ piu’ di altre mi ha fatto riflettere sulla profondità delle mie amicizie, sulla qualita’ delle stesse e su quanto non basti sentirsi via chat. Quest’esperienza non ha fatto altro che confermare quello che ho sempre pensato, alle amicizie bisogna dedicare del tempo. Con gli amici devi avere conversazioni reali, devi fare viaggi insieme. Devi viverli! Ho capito  quanto il contatto fisico sia fondamentale nella mia vita, da brava terrona tocco le persone anche mentre parlo e questa dimensione fatta di messaggi che corrono nell’etere non fa altro che deprimermi. Mi annoia scambiarmi faccine, preferisco una birra e una chiaccherata.

E se ho un problema voglio dirlo in faccia ” vaffanculo” o perlomeno per telefono …  ed essere disposta a prendermene uno indietro. Questa dinamica falsa e asettica di dirsi addio con un click, mettendo tutto sotto un tappeto, penso che sia anche oltremodo pericolosa …ma forse saro’ancora troppo anni ’90.

mermaid went to Margate


Even in London there is summer and often I forget that England is an island with fantastic places to visit. Like all southern Italians, I always thought that  you can find beautiful beaches and fantastic blue sea just in the Mediterranean regions and I cannot even get tanned in England.

Last weekend summer has arrived here too. London reached 27 degrees, whereas up to ten days before we were around freezing in our coats, so the city went mad. Shorts, flip flops, bikinis in the parks, barbecue at every corner and people already drunk at 11 am!

So Mattias and me decided to abscond London Fields’s crowd. After a quick check of our old convertible, we departed to Margate.

Aside from being out of gas after the first half hour, it seems that on the highway just outside London there are no gas stations for at least 30 km, after many vicissitudes we arrived at our destination.

Margate is a charming seaside town in Kent.

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After a quick ride on the boardwalk we went for a beer at the Harbour Arm.

The Margate’s Harbour Arm it’s a 19th century stone pier, close to  the Turner Contemporary gallery. There area couple of place very cool around there like the BeBeached cafe and the Lighthouse Bar.  The atmosphere is relaxed and the sunset over the sea makes everything even more fascinating.

The villages of the English coast have a special atmosphere, with that flavor of old ports of pirates, privateers, buccaneers and filibusters who were returning after long trips across seas and unknown places.

Currently many of them have obviously lost these characteristics and they can be terribly depressing as well. Costcutters, girls with gold earrings, men in gray suit with red stripes can, noisy cars with black windows are just some of the typical scenes of the villages on the coast.

However, Margate is different, many Londoners have discovered this corner of the coast as an alternative to stress and expensive life in the city.

The proliferation of independent cafes, craft beers, vintage shops and small galleries are  the first signs.

The opening of the Turner Contemporary gallery  in 2011 makes Margate a reference point not only for local artists but also for London artists.

turner contemporary
Turner Contemporary

We slept in a small beachfront bed and breakfast. Wake up in the morning with the scent of the sea was a great feeling, especially after the whole winter in the city.

The Margate beach is wide, long with cliffs overlooking the sea, one of the characteristics of this piece of coast. We are very close to Dover.

cliffs

We walked along the beach to the center of town, where the Artist’s Alley taking place every Sunday in the old town  from 17 April…”come and show what you have …” This is what the organizers of Margate Bazaar wondering who participates in this Sunday market. The street between the Mayor’s Parlour and the museum is transformed into an outdoor gallery, not only vintage and antiques, many local artists who display their work here. Whether you’re a sculptor, painter, photographer, or simply want to show off some impromptu acts of creative genius, the Alley wants to hear from you.

Margate

Charlie is one of them, smiling welcomed me into the Margate’s smallest gallery. Charlie is a young artist that realizes screen printed works inspired by the designs on fruit boxes. His gallery is an explosion of bright colors that recall the  African fabrics. The materials on which he works are cardboard and other recycled materials including pieces of old drawers.

cahrlie gallery

The prints and canvases are hand painted works about Margate and the changes the town has recently seen.  – I can have a space to create and exhibit my works here – said. Unlike artists in the city often forced to work in the cafe to be able to bear the unreasonable rents in London.

If you stroll around the rest of the yard you will also find some of his bigger pieces of work which have split out of the hut and into the furniture display room and the surrounds

charlie gallery

 

 

 

I left Margate with the promise to return soon and also delight me again with the best fish and chips of my life.

 

 

 

 

 

mermaid è andata a Margate


Anche a Londra esiste l’estate e spesso si dimentica che l’Inghilterra è un’isola, con posti fantastici da visitare. Da brava terrona ho sempre pensato che il mare bello, ce l’avessimo solo al sud e che in Inghilterra non ci si possa neanche abbronzare.

Lo scorso weekend è  arrivata l’estate anche qui. Londra ha toccato i 27 gradi, considerando che fino a dieci giorni prima andavamo in giro con il cappotto, la citta’ è letteralmente impazzita. Pantaloncini, infradito e bikini nei parchi, barbecue ad ogni angolo di strada e gente ubriaca in giro gia’ alle 11 del mattino. Ristoranti e pub stracolmi. Un delirio!

Cosi io e Mattias abbiamo deciso di fuggire dalla calca di London Fields e dopo un controllo veloce della nostra vecchia decappotabile, siamo partiti per Margate.

A parte esser rimasti a secco dopo la prima mezz’ora di viaggio, pare che sull’autostrada appena fuori Londra non ci siano distributori di benzina per almeno 30km, dopo mille vicissitudini siamo arrivati a destinazione.

Margate è   una ridente cittadina di mare nel Kent.

Margate.8

Dopo un giro veloce sul lungo mare siamo andati a farci una birra all’Harbour Arm.

L’Harbour Arm è  il molo di pietra costruito nel XIX secolo, la sua vicinanza alla Turner Contemporary gallery  ne fa un posto molto suggestivo. Da vedere lo spazio espositivo – tra la caffetteria  il BeBeached  e il Lighthouse bar. L’atmosfera è  rilassata e il tramonto sul mare rende tutto ancora piu’ affascinante.

I paesini della costa inglese  hanno un’atmosfera particolare, hanno quel sapore di vecchi porti di pirati, corsari, bucanieri e filibustieri che tornavano dopo lunghi viaggi per mari e luoghi sconosciuti.

Attualmente molte di loro hanno ovviamente  perso queste caratteristiche e possono anche sembrare  terribilmente deprimenti. I Costcutter e le ragazze con i cerchi d’oro, gli uomini in tuta grigia con la lattina di red stripes, le auto rumorose con i vetri oscurati, sono solo alcune delle scene tipiche del luogo.

Attualmente pero’ Margate sta assistendo ad un cambiamento, molti sono i londinesi che hanno  scoperto questo angolo di costa  a un’ora e mezza dalla citta, come alternativa allo stress e ai costi della capitale.

Il proliferare di caffe indipendenti, craft beers, vintage shops e piccole gallerie sono solo uno dei primi segnali.

L’apertura della Turner Contemporary gallery  nel 2011 ha fatto di Margate  un nuovo centro artistico, facendone un punto di riferimento non solo per gli artisti locali ma anche  per gli artisti londinesi.

Abbiamo dormito in un piccolo bed and breakfast fronte oceano. Svegliarmi al mattino con l’odore del mare è stata  una sensazione bellissima, soprattutto dopo un inverno in citta’.

La spiaggia di Margate è larga, lunga con le scogliere a strapiombo sul mare, una delle caratteristiche di questo pezzo di costa. Siamo vicinissimi a Dover.

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Passeggiando lungo la spiaggia si arriva al centro di Margate dove la domenica mattina si organizza l’Artist’s Alley ” vieni e fai vedere quello che hai …” questo quello che gli organizzatori del Margate Bazzar chiedono a chi partecipa a questo mercato  della domenica. La stradina tra il Mayor’s Parlour e il museo si trasforma in una galleria all’aperto, non solo vintage e antiques, molti gli artisti locali che espongono qui i loro lavori.

Margate

Charlie  è  uno di loro, sorridente  mi ha accolto nella sua piccolissima galleria Margate’s smallest Gallery. Charlie ha 24 anni e realizza opere serigrafate ispirate ai disegni delle cassette della frutta degli anni ’50 e ’60. La sua galleria è un tripudio di colori vivaci che rimandano un po’ alle stoffe africane. I materiali sui quali lavora sono il cartone e materiali di recupero tra cui pezzi di vecchie cassettiere.

cahrlie gallery

Le sue tele si ispirano a Margate e ai suoi cambiamenti. Charlie mi conferma quanto questo piccola cittadina stia cambiando. Da giovane artista qui puo’ disporre di uno spazio dove creare ed esporre le sue opere a differenza degli artisti in citta’ spesso costretti a barcamenarsi tra lavori nei caffe o di altro tipo, per poter sostenere i costi degli affitti di Londra ormai esorbitanti.

 

Ho lasciato Margate con la promessa di ritornarci presto anche per estasiarmi  di nuovo con il fish and chips piu’ buono della mia vita.

 

 

 

No More Fashion Victims- first step to a more sustainable way of buying


When  I decided to change my buying habits  I tried to understand where to direct my efforts.

Being a sustainable consumer is not easy.

In my case the collapse of Rana Plaza factory building   that two years ago killed more than 1,100 garment workers in Bangladesh and wounded others 2,200,  made me reflect on the conditions of  workers in factories. I began to ask myself about my role as a fashion consumer; who make the clothes that I wear every day? in what kind of conditions these workers live and work?

But I was not ready for a real change, that contextually assumes a research and focus on a range of information that may be boring.

The next step was to start thinking about what to do and how to be sustainable.

Buy less, or buy the same but ‘eco’, or buy nothing, or recycle everything, or…?

And then:

  • Do I need this?
  • Do I want it?
  • Do I have something like it already?
  • Will I wear it 30 times?
  • Will it make me happy?

From here it began my search for brands and shops where that meets my style and my pockets.

… All this before I ever bought something.

I can absolutely see why being an unsustainable consumer of fashion is a lot easier.

It’s quicker, it’s simpler, and it’s a bit more fun as well (because you haven’t got to ask yourself any of those awkward questions). In the short-term, it’s also cheaper.

And I’m not going to blast someone for being an unsustainable consumer of fashion because, no-one likes being told off and everyone is at a different stage in the complex journey of understanding, comprehending and caring about things like environmental impact.

With my experiment, I just hope to tell a story that can inspire even one person to do the same.

In fact there is  a large number of brands that use ethical practices in the production process and which make wonderful super stylish clothes. The companies that I list below, are some of my favorites. They  could give you some idea on how to create a wardrobe made by a few minimal and interchangeable pieces.

EVERLANE
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Everlane  is all about transparency. They spend months finding the best factories around the world—the very same ones that produce our favorite designer labels, and then they build strong personal relationships with factory owners to ensure their factory’s integrity and to maintain ethical production practices at every step of the process.They believe customers have the right to know what their products cost to make and where they were made. They reveal their true costs and share the factory and production stories behind each piece of clothing. Their minimal, modern aesthetic makes them a personal favorite!

ZADY

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Zady recognizes the systemic issues behind mistreated workers, toxic chemicals and disposable wears within the fashion industry and they’ve built a company that proves there is a better way. They are a lifestyle destination for conscious consumers and carry a curated collection of clothing, accessories and home items for women and men that respect both people and planet.

 

 

JAN ‘N JUNE

Jan June

Jan n ‘June: it is an idea of Jula and Anna that comes from love for fashion, trends and cares for clean fashion. Jan June garments are produced in Poland and India, and you can track their origins. The manufacturer are strictly forbids to pass the order to third parties so they can  guarantee full transparency. With only one supplier they can keep it simple and transparent.

The materials used are 100% organic.

 

FREEDOM OF ANIMALS

freedom from animals

Freedom of Animals produces bags without using animal skin. The brand we always dreamed of, minimal design and ethically respectful of animal life. They only use recycled materials such as organic cotton and plastic bottles. The process to finish these fabrics requires 70% less energy than other synthetic fabrics The brand also supports Sheldrick Wildlife Trust in Kenya, in conserving wildlife and rehabilitating orphaned elephants and rhinoceroses. www.sheldrickwildlifetrust.org