Emotionally intelligent people know how to make the world a better place. Are you one of them?


hearth

“If your emotional abilities aren’t in hand, if you don’t have self-awareness, if you are not able to manage your distressing emotions, if you can’t have empathy and have effective relationships, then no matter how smart you are, you are not going to get very far.”

At least that’s what Dr. Daniel Goleman, well-known writer and researcher on leadership who wrote the best-seller Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ, says.

Goleman has dedicated his work to finding out what makes people successful. And, his title spoiling the surprise, he says it comes down to their emotional intelligence.

What exactly is emotional intelligence (EI) though? Psychology Today says it’s:

  • The ability to accurately identify your own emotions, as well as those of others
  • The ability to utilize emotions and apply them to tasks, like thinking and problem-solving
  • The ability to manage emotions, including controlling your own, as well as the ability to cheer up or calm down another person

The concept of emotional intelligence has been around since 1990, when Yale psychologists John D. Mayer and Peter Salovey presented the concept to the academic world.

But Goleman has gone on to study it further—and he found a direct relationship between the EI of a company’s staff and the company’s success.

Employees with a high level of EI have self-awareness that helps them understand co-workers and meet deadlines. When people have high EI, they are not bothered by client criticism; they remain focused on outcomes, rather than feeling offended.

If two job candidates have similar IQs, the one with the higher EI will likely be a better fit for the company. Like Goleman said, no amount of smarts will make up for a lack of the ever-important emotional and social abilities, especially as part of the professional world.

Not sure how to recognize this trait? Here are seven characteristics they say distinguish emotionally intelligent people.

They’re change agents

People with high EI aren’t afraid of change. They understand that it’s a necessary part of life—and they adapt.

They’re self-aware

They know what they’re good at and what they still have to learn—weaknesses don’t hold them back. They know what environments are optimal for their work style.

They’re empathetic

The hallmark of EI, being able to relate to others, makes them essential in the workplace. With an innate ability to understand what co-workers or clients are going through, they can get through difficult times drama free.

They’re not perfectionists

While extremely motivated, people with EI know that perfection is impossible. They roll with the punches and learn from mistakes.

They’re balanced

Their self-awareness means that they naturally know the importance of and how to maintain a healthy professional-personal balance in their lives.

They’re curious

An inborn sense of wonder and curiosity makes them delightful to be around. They don’t judge; they explore the possibilities. They ask questions and are open to new solutions.

They’re gracious

People with high EI know every day brings something to be thankful for—and they don’t see the world as “glass half-empty” as a lot of people do. They feel good about their lives and don’t let critics or toxic people affect that.

Emotionally intelligent people know how to make work, and the world, a better place. Are you one of them?

 

Talk to the mermaid


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I’m a digital/ brand marketer. The work I believe in is rooted in insights, and caters to users’ wants, needs, and desires.  Whether you’re looking for your next hire, a marketing consultant, partner or advisor for a project, or someone who’s just really good at finding GIFs, let’s get acquainted.

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If you have a question, a marketing problem that needs solving, a relevant open role, a speaking or teaching opportunity, or something else that would make sense for me to know, shoot me a note. If you’re the old-fashioned digital type, you can send a message in a virtual bottle to rossellaforle@gmail.com 

 

nomad life – chapter 1 … primi passi verso la liberta’ dalla scrivania


 

make your luck

Lavorare in ufficio è noioso, lo sappiamo tutti e non è una novita’. I rapporti faccia a faccia con il capo, i colleghi, la politica da ufficio, il caffe’ nella cucina comune, le conversazioni forzate su quello che hai fatto o farai nel fine settimana, la ressa sulla metro al mattino… per molti una vita di merda, per altri la normalita’, di cui ritenersi fortunati.

Ho faticato tanto per fare il lavoro che amo, per un’azienda che mi piace in un ambiente lavorativo interessante, circondata da gente cool, ma vorrei altro.

Al mattino mi sento un po’ come quando andavo a scuola, no la sveglia di nuovo, l’ansia da mezzi pubblici …l’interrogazione/meeting.

E’ da un po’ che sento parlare dei digital nomads, cosi’ ho iniziato a cercare informazioni su questo stile di vita. Sono sempre stata attratta da modi di vivere diversi, dalle comuni in Costarica agli squats a Londra, ma i digital nomads sono altro.

Si tratta di persone che hanno scelto di non avere una dimora fissa e di spostarsi di paese in paese, generalmente non con altre persone appartenenti al loro stesso gruppo etnico. Se i Sioux migravano tutti insieme, il cavaliere errante digitale preferisce la solitudine.

Il digital nomad usa il proprio portatile e la connesisone a Internet per sostenere economicamente i propri viaggi, essendo una persona che guadagna il necessario per vivere e muoversi tramite un’attività che può essere gestita online o comunque a distanza.

Da che cosa è dettata l’esigenza di viaggiare? Molto semplicemente, dal piacere di viaggiare più o meno continuamente e/o dal desiderio di non avere una fissa dimora.

Mi sono ritrovata in parte con la definizione, o meglio non sono alla ricerca di un’etichetta che definisca come vorrei lavorare, vorrei semplicemente avere piu’ flessibilita’ nella mia vita quotidiana. Non mi piacerebbe lasciare Londra di nuovo, e partire per un paese in cui mettere radici stabili, vorrei qualcosa a meta’ tra una vita sedentaria e una vita nomade, insomma.

Come iniziare? sono andata alla ricerca di informazioni, ho iniziato a iscrivermi a gruppi online come Digital nomad women o Digital nomad girls. E ho trovato workshop e riunioni di nomadi qui a Londra.

Ieri ho partecipato ad un meeting alla General Assembly, dove un panel di digital nomads ha condiviso i lati positivi e negativi di questo tipo di vita.

Intorno a me gente della mia eta’ sulla trentina passata, piuttosto giovanile, facce e abbigliamento di chi nel 2002 ha iniziato a viaggiare con l’erasmus e ha continuato a farlo per anni, mettendo radici da qualche parte. E saudace/ depressione, nei periodi in cui  tornava a casa, per rendersi poi conto che si sentiva piu’ cittadino di Hong Kong che di Ortona. Ero circondata da individui simili, come ad una riunione di vecchie ballerine o di alcolisti anonimi.

A volte quando percepisco che un posto non mi appartiene piu’ e devo cambiare di nuovo, metto in dubbio me stessa, credo  di essere forse un’insoddisfatta cronica che non troverà mai pace, e invece come dimostrato, appartengo semplicemente ad una categoria di persone che ha bisogno di nuovi e continui stimoli, per essere felice.

Una mia ex amica mi disse che non ero in grado di mettere radici da nessuna parte io, nonostante lo dicesse per umiliarmi, lo presi come un complimento, e lo è. La capacita’ che distingue chi sa adattarsi e ama vedere posti nuovi denota grande stabilita’ emotiva e mentale, è l’opposto dell’insoddisfazione o dall’incapacita’ di spostarsi, se non in vacanza.

Alcune persone nascono per essere viaggiatori, è una natura ben precisa e non c’è niente di cui vergognarsi se non si sente l’esigenza di stabilirsi nel villaggio, dove si è scelto di morire.

Il nomadismo alla fine esiste da sempre.

Tornando ai miei primi passi sulla vita da nomade. Sono cosciente del fatto che il mio progetto sia ampio e da quello che sto apprendendo non bastano solo coraggio e buona volonta’ ma capacita’ particolari che permettano di lavorare davvero e sostentarsi senza finire in uno squallido hotel, con uno spacciatore di crack come vicino di stanza.

Quindi iniziamo per gradi, senza lanciarmi nel vuoto come ho fatto a volte, ritrovandomi in grandi casini oltre che grandi esperienze di vita.

La prima domanda è, cosa so fare? sono una digital marketer, ossia? riesco a capire le esigenze di un’azienda nel promuovere il suo evento, in questo caso, analizzo e metto insieme una strategia di marketing, prevalentemente digitale e la realizzo, con l’aiuto di un team di creativi, con l’obiettivo di incrementare gli introiti dell’azienda che mi paga per questo.

Stando a quanto visto su working nomads posso quindi trovare lavoro da remoto come digital marketer, marketing manager or brand manager.

Ascoltando i nomadi digitali pero’ per abbracciare questo stile di vita, servono delle qualita’ ben precise quali:

  • essere stabili mentalmente; ci si trova ad affrontare momenti di solitudine, e tutta una serie di problemi che nella routine quotidiana non si hanno, come trovare una connessione ad internet decente, sapersi adattare al luogo in cui vivi in tutti i sensi, dai traporti al cibo
  •  essere assolutamente affidabili sul lavoro, garantire e rispettare le scadenze, per evitare di perderlo e guadagnare invece, attraverso passaparola e feedback positivi,  nuovi progetti
  • saper stringere relazioni, per lavoro e per piacere. Fare gruppo con i nomadi nella citta’ in cui si sceglie di lavorare, anche raccogliendo informazioni su Nomad list
  • Dire di no a lavori che potrebbero riportarti alla stessa condizione che avevi prima, garantendoti in anticipo un numero sufficiente di progetti che permettano di essere  autosuffcienti economicamente, senza dover accettare shit jobs per sopravvivere
  • Capire quanto realmente serva per vivere, e calcolare come e quale lavori è necessario accettare, per avere una vita decente senza essere costretta a chiuderti in una stanza a Bangkok per 12 ore al giorno
  • Prenotare in anticipo i voli per tornare a casa e vedere famiglia e amici

La seconda domanda che mi pongo è, voglio lasciare Londra completemente? No, almeno non adesso. Mi piacerebbe anche solo lavorare per qualche mese dal sud europa all’inizio, non necessariamente partire adesso per Kuala Lampur.

E la piu’ difficile, come conciliare la vita da coppia stabile con il desiderio di non vivere nella stessa citta’ tutto l’anno? Riusciro’ a convincere il mio compagno a seguirmi?

E’ pieno di possibilita’ li’ fuori e sono sicura che trovero’ la soluzione piu’ adatta.

Nel frattempo provo a lavorare da casa almeno una volta a settimana, cerco lavoro da freelance e provo a sviluppare il mio progetto di conquistare il mondo, nel tempo libero.

Pare che per raggiungere la liberta’ bisogna lavorare il doppio.

Vi terro’ aggiornati!

Illustration : Jessica Walsh

 

the soul of a nation exhibition – make me feel ashamed of being white


title a soul of a nation

I was fascinated by the idea to see the exhibition “A soul of a Nation” dedicated to the struggle of the black community in America, the birth of the Black Panthers and the black art behind it.

Soul of a Nation: Art in the Age of Black Power  is a genuinely revelatory exhibition. It spans the period 1963 to 1983 and there are some 60 artists represented by 150 works; the vast majority of both will be largely unknown to British audiences.

In 1968, at the height of the Civil Rights Movement, Martin Luther King was assassinated. In the immediate aftermath, a wave of riots broke across America. Known as the Holy Week Uprising, this was a largely spontaneous outpouring of rage and sorrow. Far from the Movement collapsing, it marched forward with renewed fury and determination. To paraphrase Stokely Carmichael, what the crowds had started saying was “Black Power”, and they were to keep on saying it.

The Black Panther Party for Self-Defense formed in 1966 with the call for the “power to determine the destiny of our black community”. The Organisation of Black American Culture formed a year later with the same wish for black artists.

black panthern

” The Ghetto itself is the Gallery for the Revolutionary Artist” – Emory Douglas.

For many Black artists in this period, a key questions was: where to present their art? Their works was excluded from nearly, all mainstream museums. Linked to this was another questions: which viewers should they address?

These two questions – which are by no means the same – get different answers all through this fantastically dynamic show.

The Spiral group in New York formed specifically to ask what black art could, or should, be. They did not gain as much purchase on the popular imagination as Warhol et al, but black artists nationwide were far from silent.

The show also draws attention to the many artists refused to engage with the established art scene, and instead chose to work with black-owned galleries and public programmes. For example, the ‘Wall of Respect’ in Chicago and the ‘Smokehouse’ wall paintings in Harlem, or work created for newspapers that supported the struggle.

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The Wall of Respect

It is not, however, an exhibition merely about racial politics – it examines, too, the notion of a “black aesthetic” and whether its practitioners saw themselves as black first and then as artists, or the other way round.

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Potent, though more straightforward,  like a slap in the face are Faith Ringgold’s American People Series #20: Die (1967), and United States of Attica (1971-2). The first shows a chaotic scene of black and white Americans shooting and stabbing each other in the street, even as white and black children cower and comfort one another: it is a scene of slaughter in which everyone is the victim and is clearly influenced by Picasso’s Guernica. The second is a map of the United States in red and green, the colours of Pan-Africanism, commemorating the deaths of 42 men – the majority black inmates – during the Attica Prison Riot for better conditions and political rights.

Die

Not all Lewis and Ringgold’s successors had the same ability to mix the art and the message. Wadsworth Jarrell’s 1971 portrait of Malcolm X, Black Prince, for example, is comprised of brightly coloured letters spelling out one of the activist’s calls-to-arms. It is clever and packs a one-hit impact, but out of its own time it has the look of a hallucinogenic Jimi Hendrix album cover rather than a radical rallying-cry.

malcom X.jpg

 

A soul of a nation is not just an exhibition, it’s a call for change again.

I left the exhibition uncomfortable with myself as white person, ashamed of the past history of white people and even more angry with all those racist morons out there.

I wish I could share
All the love that’s in my heart
Remove all the bars
That keep us apart
I wish you could know
What it means to be me
Then you’d see and agree
That every man should be free

As the magnificent Nina Simone would say.