Italiano, the F word

Women like us


Questa settimana ho partecipato a due eventi diametralmente opposti che mi hanno portato a riflettere ancora di più sulla ricerca e sul progetto che sto portando avanti.

Il primo è stato il meeting di Women’s Strike  #westrike  , uno sciopero internazionale pianificato e organizzato da e per le donne in oltre 56 paesi.

Al meeting sono intervenute donne appartenenti alle principali unions inglesi. Una discussione molto interessante in cui sono venute fuori luci ed ombre, più ombre direi, di un sistema, quello inglese che fa acqua da tutte le parti, soprattutto quando si parla di sanità e assistenza sociale. Ambito in cui le donne vengono spesso sottopagate e sottoposte a orari e carichi di lavoro incredibili.

I tagli al sistema assistenziale nel Regno Unito stanno, stanno colpendo principalmente le donne con scarse risorse economiche, le mamme single e le immigrate sono le più vulnerabili e non in grado di fronteggiare la crescita esponenziale del costo della vita, soprattutto a Londra.

A questo si sono poi aggiunte, le testimonianze di alcune donne in rappresentanza delle emigranti latine. Angelica Bolaños Valencia di United Voices of the World, mi ha riportata indietro di decenni, alle lotte dei lavoratori nelle fabbriche degli anni ’70, conosciute solo attraverso film, libri e documentari e allo sfruttamento, ancora in atto, nei paesi asiatici e latinoamericani da parte delle multinazionali. Angelica ha raccontato di paghe al di sotto del minimum wage, nelle catene di montaggio di Ferrari e Lamborghini. Uno spaccato di vita che non credevo esistesse, nella tanto evoluta Inghilterra.

westrike

Il secondo evento a cui ho partecipato è stata  invece la conferenza della corporate per cui lavoro. Un ambiente assolutamente ovattato e protetto da tutte le brutture ascoltate solo un giorno prima, dove la maggior parte delle donne erano bianche inglesi di classe media. In un hotel di lusso di North Greenwich abbiamo celebrato i successi del 2017 e settato i nuovi obiettivi per il 2018. Ho piacevolmente appreso che l’azienda per cui lavoro, si colloca al primo posto nel Regno Unito, per riduzione del gender pay gap. Aspetti positivi che si sono mischiati alla mia tipica allergia per tutto ciò che riguarda gli eventi aziendali, spesso noiosi e autocelebrativi. Anche se alla fine sono riuscita a divertirmi anche lì.

To be or not to be 

Questi due eventi in realtà rappresentano la dualità della mia vita, sballotata e in crisi esistenziali tra accettazione del capitalismo come forza di crescita e innovazione, e la sua faccia negativa e opposta come forza distruttrice, favorevole alla lotta di classe e impiegata in una corporate per un evento di pubblicità globale. Combattuta tra  accettazione di valori a cui non credo al 100% a lavoro e ricerca personale, contrasto tra l’io rivoluzionario e quello in carriera. Insomma un casino totale che mi sta portando da anni a interrogarmi, su come la mia vita possa creare un impatto positivo sull’ambiente circostante. A questo si aggiugono le domande che mi pongo in relazione al ruolo di donna, in ambito lavorativo e sociale.

In che modo la leadership femminile potrebbe cambiare il mondo? e come?  una maggiore distribuzione dei poteri tra donne e uomini, garantirebbe una più equa distribuzione delle ricchezze anche a livello sociale?

La risposta a quest’ultima domanda è si , per questo dal mio piccolissimo angolo di mondo, attivamente da qualche tempo, sto lavorando ad un progetto che aiuti le giovani donne ad accedere al mondo del lavoro, partendo dal mio paese.

In Italia sebbene il 2017 abbia registrato un aumento delle donne impegate, raggiugendo il 48,2% della popolazione attiva, siamo ancora molto indietro rispetto al resto d’Europa.

Ed è una vita intera che mi chiedo, e a chiedercelo siamo in tantissime, come mai, sebbene le donne raggiungano livelli di istruzione superiore con riconoscimenti spesso sopra la media, abbiano così  tante difficoltà a fare carriera e raggiungere posizioni di leadership.

Non ho la presunzione di voler rispondere a questi importanti quesiti dal mio blog ma vorrei stimolare una discussione e aprire un dialogo per capire come mai questo gap sia ancora così ampio. Siamo forse convinte di aver raggiunto la parità? e abbiamo quindi smesso di combattere? o è un problema sistemico che richiederà ancora almeno due generazioni, soprattutto in Italia, per essere risolto?

Le donne sono orientate alla leadership?

Sono convinta che alle ragazze manchino modelli di riferimento, per questo ritengo che un aumento della leadership femminile, sia il primo passo da compiere per cambiare definitivamente le cose, oltre ad un profondo cambiamento culturale e della percezione che noi stesse abbiamo del nostro ruolo sociale.

Ho spesso sentito dire che alle donne non interessano posizioni di leadership. Questo è lo stereotipo del cosiddetto ‘policentrismo esistenziale’ che vuole la donna come modello carente delle caratteristiche maschili e la descrive come custode delle relazioni (care giver) in contrapposizione all’uomo (good provider) che è invece investito di un ruolo più strumentale e pubblico.

Nel corso di una delle mie ultime nottate insonni, mi sono imbattuta in un’interessantissima ricerca  su  “Motivazione e diversità” condotta da Alessandra Lazazzara e Barbara Quacquarelli.

La ricerca indaga la motivazione alla leadership, vale a dire le motivazioni che portano le persone ad assumere ruoli e responsabilità di leader.

Ho già affrontato questo argomento in un mio post precedente ” be brave, not perfect“in cui facevo riferimento ad una ricerca condotta a livello internazionale. Quello che mi ha invece appassionato di questa ricerca è che sia stata condotta nel contesto italiano, sottolineando aspetti in cui ho riconosciuto alcuni miei comportamenti che in passato hanno condizionato le mie scelte.

Agli uomini piace essere leader full stop, alle donne pure ma sono più interessate a ruoli innovativi

Alla domanda “Ti proporresti per una posizione da leader?”Le donne rispondono in modo affermativo il 4% in più degli uomini. Non sembra dunque vero che alle donne non piaccia il ruolo di guida. Ma le condizioni affinché questo accada, cambiano profondamente per uomini e donne.

Le risposte maschili rivelano invece come gli uomini sentano una pressione sociale ad assumere tale ruolo in maniera significativamente maggiore delle donne che, invece, sono meno interessate degli uomini ai potenziali benefit personali che deriverebbero da tale ruolo.

Le donne, oltre a valutare l’aspetto economico, sono più propense a candidarsi come leader se il progetto è innovativo, sono meno interessate ad un compito standardizzato o di routine proprio perché più interessate al compito in sé. Tuttavia, a questo dato si aggiunge anche per le donne il bisogno di ricevere dall’azienda l’opportunità di seguire un corso di formazione sulla leadership e avere anche dei mentori formali  a cui ispirarsi. Cosa si nasconde dietro questa evidenza?

Da un lato, sicuramente una profonda onestà intellettuale. Le donne esprimono un forte senso di responsabilità e chiedono quindi un supporto all’azienda nello sviluppo delle proprie competenze di leadership.

Dall’altro lato emerge anche una sorta di insicurezza che rimanda al tema dell’autovalutazione, mediamente le donne sono meno oggettive degli uomini nel valutarsi e sono spesso giudici impietose di se stesse.

L’insicurezza indotta e la dipendenza dal giudizio altrui 

Le radici della difficoltà a farsi avanti vanno rintracciate in primis nella storia delle donne e nella rappresentazione femminile nel contesto sociale italiano.

Un’identità di genere indipendente è frutto di un percorso relativamente recente: per molto tempo infatti, il riconoscimento sociale delle donne era legato all’attività di cura e questo ha fatto sedimentare un’idea di autostima di sé fortemente dipendente dal giudizio e dallo sguardo degli altri.

Ci si valuta positivamente solo se in grado di anteporre ai propri bisogni quelli degli altri. Riconoscere il proprio bisogno, autodeterminandosi, può far cadere le donne in un sentimento di colpa dettato dalla paura di rompere i legami, di non piacere o essere amate, o di non essere all’altezza.

Condizionata dal dover essere ‘in relazione a’, la donna generalmente non è obiettiva sui suoi livelli di performance: quello che fa non è mai abbastanza.
Scattano così le due temute trappole: la prima, quella dell’ inadeguatezza con l’inevitabile sentimento di ‘vergogna’; la seconda, quella degli ‘standard severi’ con la sensazione che non si faccia mai abbastanza. Da qui la richiesta di un aiuto, di un supporto.

Ne consegue che se viene proposto alle donne di assumere una posizione di leadership, un fattore agevolante per loro nell’accettare la sfida è quello di poter essere supportate dall’azienda in questo percorso. Richiesta assolutamente legittima, che va ascoltata e gestita anche perché il riconoscere la propria imperfezione e la propria debolezza senza cadere nel delirio di onnipotenza o arroganza tipico di chi si ama troppo, è probabilmente il primo fondamentale passaggio per la costruzione di un ruolo di leadership.

Se non fosse che nel frattempo la stessa proposta potrebbe essere stata fatta ad un collega uomo. Collega che, in un batter di ciglia, in modo molto pragmatico, magari ha già accettato…

 

 

English, the F word

My inner critic is a prick!


“Give up now. You can’t do this.”
“What’s the point? Everything you try is a failure.”
“Your business will never work” ”

I used to endure these kinds of comments on a daily basis. They eroded my confidence and made me feel terrible about myself. The worst part was realising they were coming from inside my own head. It was like the clichéd moment from horror movies: “The call is coming from inside the house!” except the house was my brain and the movie was my life.

Today I felt like this again, after a negative comment of a friend on my new project, I felt insecure again. My inner voice started to kick in and I know it’s a jerk. So once she left my house, I put up a new dress went out, have a nice walk in Soho, where I discovered the Subculture Archive exhibition and I came back home better than before. This is the lovely part of living in a place like London, in 30 minutes I can go and see an amazing exhibition and forget about what happen to me before.

       How I’m building my emotional resilience  

I’m learning to hear my inner voice for what it is: a steady stream of criticisms that can damage my self-respect and hold me back from accomplishing my goals. This requires taking myself out of the moment a bit and recognising that I’m sending myself these messages.

triangle meaning

After being in teraphy for long time, watching amazing TED talks and listening to great podcasts on how to build an emotional relisience, I came out with three steps that I apply to get out of my negative zone, every now and then.

Step 1. Identify that voice

Figuring out where this voice originates from is an intensely personal and often painful bit of detective work. My negativity has stored up from my past – it was critical parents, schoolyard bullying, failed relationships, negative friends  –uncovering its sources take me some soul-searching and honest confrontation of unpleasant truths. I’m I don’t let fear put me off though.

The good news is, I’m learn to reprogram my inner voice to one that is more nurturing and compassionate. Like anything else, it takes a lot of a practice. The more I follow these steps, though, the easier I’ll find it becomes.

I Hear – but I’m not listening to – my inner voice.

It all begins with awareness. Start by being attuned to each time I’m sending myself a negative message. I recognise it for what it is, I observe it, without judgment. Most importantly, I don’t listen to what it’s telling me. Just acknowledge it without internalising it.

Step 2: I pinpoint the attack, I replace it with another message

Ideally, I can counter my inner voice with a more positive message: “You can do this. You will get through this. Your hair don’t look great, so?” If I’m not quite there yet in terms of self-belief, it’s enough to just talk back to my inner voice. She sounds a little bit like an ex friend of mine, really judgemental. So I call her Marcella. And when Marcella pipes up with her unwanted opinions, I shut her down. Firmly, but politely, as if she were someone at the next table in the pub or a fairly unpleasant co-worker I have to learn to tune out.

Others use the “angry parrot” method. Visualising my inner voice as a squawking bird, repeating its messages in a shrill, high-pitched screech in your ear first of all makes me realise how disruptive and irritating it is. Second, it serves as a perfect metaphor: my inner voice is just repeating what it’s heard in the past. There’s no intent behind it, no context: just an annoying voice mimicking phrases. Why not retrain my angry parrot with some new and more positive messages?

Step 3: Repeat Steps 1 and 2 over and over again

That’s it. There are really only two steps I need to follow. Isn’t that wonderful?

What’s important is I practice this daily. I’m not always be successful – and that’s okay. My negative thoughts can be quite persistent. But I will find that over time, my inner voice stops being quite so critical and hurtful. Slowly but surely, I will begin to internalise the positive messages just as I did the negative ones from the past.

I remember to be patient with myself. Treat myself with the same compassion and care I would a friend or loved one. I deserve to have an inner voice that’s a cool woman – not an angry parrot.

I'm
Illustration by: Cressida Djambov
Italiano, the F word

On feminism, trust it, use it, groove it!


Negli ultimi mesi la parola femminismo, sembra essere una delle piu’ usate dal genere umano sui social, dalla marcia delle donne negli USA contro Trump, all’esplosione dell’ hashtag #metoo, passando per la campagna di comunicazione pubblicitaria di Pandora in Italia a Natale. Tutti ci stiamo esprimendo a riguardo e moltissimi mostrano un’errata comprensione dei termini “femminista” e “maschilista”, ponendoli sullo stesso piano e dando loro significati speculari e analoghi, come faremmo con “conservatore” e “progressista”. È forse opportuno quindi spiegare meglio che – linguisticamente e storicamente – non è così.

Il mio post di oggi potra’ sembrare pedante ma in realta’ è il prodotto di pensieri accastonati nella mia mente per anni. Frutto anche di domande che mi sono posta in relazione ad un progetto a cui sto lavorando, dedicato alle donne, che io stessa quasi giustificandomi, ho definito non – sessista.

Quindi fate partire in sottofondo un pezzo di musica classica, come in un documentario e lasciatevi trasportare dalla lettura, dedicata alla piu’ interessante F – word della storia dell’umanita’.

Se c’è  una cosa che mi irrita piu’ di tutte sono le persone che affermano cose tipo ” sono contro gli – ismi, tutti gli estremismi, tra cui includo femminismo e maschilismo” Allora partiamo dalle basi e dalla definizione di entrambi, per chiarire una volta per tutte che le femministe non sono una manica di estremiste che odiano gli uomini. E che il maschilismo non chiede per gli uomini ciò che il femminismo chiede per le donne.

Che cos’è il maschilismo

Oggi è certamente sempre più raro sentire o leggere che “le donne sono inferiori rispetto agli uomini”, ma è molto diffuso, invece, un anti-femminismo che non è altro che una forma mascherata di maschilismo: si chiede dunque o di superare la parola “femminista” o le si attribuiscono significati che quella parola non ha mai avuto.

Il vocabolario Treccani definisce così il “maschilismo” «Termine, coniato sul modello di femminismo, usato per indicare polemicamente l’adesione a quei comportamenti e atteggiamenti (personali, sociali, culturali) con cui i maschi in genere, o alcuni di essi, esprimerebbero la convinzione di una propria superiorità nei confronti delle donne sul piano intellettuale, psicologico, biologico, ecc. e intenderebbero così giustificare la posizione di privilegio da loro occupata nella società e nella storia».

 Il maschilismo è dunque un atteggiamento che si manifesta in contesti sociali e privati e che si traduce in pratiche quotidiane che possono essere violente, repressive, offensive o anche semplicemente paternalistiche, basate sulla convinzione che gli uomini siano superiori alle donne. Il maschilismo stabilisce una gerarchia tra uomini e donne, in cui le donne sono considerate “naturalmente” inferiori anche sul piano intellettuale, sociale e politico. Il maschilismo è dunque una forma di sessismo, cioè una discriminazione nei confronti delle persone basata sul genere sessuale. Come ogni discriminazione, trasforma le differenze in pretese di superiorità, confondendo le due cose.
Semplificando, è perché è sempre esistito il maschilismo, che è cresciuto il femminismo.

 

Che cosa NON è il femminismo 

I contenuti del femminismo sono molto vari e complessi, ma l’obiettivo del femminismo nelle sue varie declinazioni teoriche e pratiche non è mai stato quello di affermare una “supremazia delle donne”. Il cosiddetto “conflitto tra i sessi” è stato in certi momenti molto aspro – ci sono state ribellioni e rotture – ma combattuto almeno da una parte, senza volontà di prevalere sull’altro. Eppure da molti è così che il femminismo viene considerato, in modo analogo al maschilismo, e definito in modo sprezzante “veterofemminismo” o  ” nazifemminismo”.

Il femminismo

  • non è un atteggiamento psicologico basato su alcune convinzioni
  • non è un comportamento basato sul pensiero di una presunta superiorità della donna sull’uomo
  • non è un’idea di ruoli basata sul sesso, quanto invece su un’analisi storica

Essendo un movimento storico non ha sinonimi, come non hanno sinonimi l’Illuminismo o il nazionalsocialismo. “Egualitarismo”, “umanismo” o “diritti umani” sono concezioni politico-sociali che in qualche caso hanno o hanno avuto con il movimento femminista delle convergenze di contenuti o di finalità, ma che non sono né sostituibili né sovrapponibili a quello specifico processo storico.

Che cos’è il femminismo

Il femminismo vuole una piu’ equa ridistribuzione delle ricchezze, del potere e dell’influenza sociale: vuole cambiare uno status quo che ha visto gli uomini gestire ricchezza e potere nel corso di tutta la storia dell’umanita’. Semplificando anni di storia del movimento e una letteratura infinita, va detto che a differenza di altri movimenti, il femminismo è assolutamente originale, per forma, contenuti e modalità, e che proprio da questa sua originalità possono nascere le difficoltà di inquadrarlo o i molti equivoci che lo circondano.

Il femminismo non è monolitico, non ha un gesto eclatante che lo abbia inaugurato, paragonabile ad esempio alla presa della Bastiglia. Non ha una precisa data di inizio né una data finale.

È un movimento carsico, che appare, scompare e poi appare di nuovo all’improvviso. Si parla oggi di quarta ondata femminista che verrebbe dopo: l’epoca pionieristica terminata alla fine dell’Ottocento; la ribellione degli anni ’70; il “rivendicazionismo” degli anni ’90 e 2000 – quote, riequilibrio dei salari  ( non ancora raggiunto ahime’) e cosi’ via…

A tal proposito Laurie Perry, giornalista britannica che collabora tra l’altro con il Guardian, una delle piu’ illuminanti  femministe contemporanee che abbia mai letto. In Bitch Doctrine dice:

«Io non sono qui per raccontarvi come bisogna essere femminista…il femminismo non è un’identità. Il femminismo è un processo. Chiamatevi come volete. La cosa importante è che voi combattiate per questo».

Si scaglia anche contro quote rosa e donne in carriera, rivolgendo un pensiero molto profondo che condivido in pieno, alle donne «bianche, di classe media o alta, professioniste ambiziose» che pensano di aver raggiunto la parità di genere, correndo da una parte all’altra, scalando le gerarchie. Ma per fare tutto ciò, nel nome del femminismo, queste donne sono costrette ad appoggiarsi ad altre donne, alle tate, alle cameriere, confermando e perpetuando lo schema del neoliberismo: tutto ciò che conta, conta perché genera profitto, perché ha un valore economico.

«La caratteristica dei giovani è fare le domande», scrive Penny e poi va all’assalto: qualcuna di queste “donne in carriera” si è mai chiesta se le nere, le immigrate che cucinano, puliscono la casa condividano questa scala di valori? Se avranno mai, anche loro, le stesse possibilità, la stessa libertà di scelta?

Cos’è il femminismo oggi 

In realtà secondo alcune pensatrici è un processo che in alcuni momenti storici si decompone, le protagoniste della sua storia non sono un soggetto politico permanente, non esiste un partito femminista. Nel femminismo ci sono stati momenti di lotta organizzata, identificabili e molto riconoscibili, ma altri no, e senza che questo significasse mai la dispersione dell’eredità politica e teorica precedente.

La terza specificità del femminismo rispetto ad altri movimenti storici è che nel corso del tempo e dei luoghi geografici in cui si è sviluppato ha avuto modi, pratiche, parole e itinerari sempre differenti tra loro, tanto che si preferisce parlare di femminismi. Infine, teoria e pratica sono sempre andate insieme alimentandosi a vicenda, traendo forza e occasioni anche da saperi diversi e da altri movimenti storici, ma senza mai confondersi con questi, non esiste un femminismo di destra o di sinistra. Si potrebbe dire che il femminismo è un movimento che si è sovrapposto alla storia politica dell’Occidente stesso e a tutte le discipline.

Quello che si può affermare con certezza è che il femminismo è nato da una semplice e concreta constatazione: che appartenere al sesso femminile, nascere donne invece che uomini, significa trovarsi al mondo in una posizione di svantaggio, di difficoltà (nei migliori dei casi) e di inferiorità. I femminismi si sono infatti prodotti nel corso della storia a partire dai processi di esclusione, a cui le donne sono state sottoposte. Come a dire che, le donne a un certo punto prendono parola e mettono in discussione tutto per modificare una relazione di potere.

“A nessuno piace una femminista” 

Il primo problema è che i movimenti femministi sfuggono a logiche identitarie chiaramente definibili. C’è poi la questione se il femminismo stesso non abbia qualche responsabilità nel fatto di essere così malamente interpretato e in tal senso il dibattito interno è molto vivace.

Parte del problema, secondo alcune, sta però altrove. Lo ha spiegato bene la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie nel suo libro “Dovremmo essere tutti femministi” secondo cui negare la parola è negare la sostanza.

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Chimamanda Ngozi Adichie

«Non è facile parlare di genere. È un argomento che crea disagio, a volte persino irritazione. Tanto gli uomini quanto le donne sono restii a discuterne, o si affrettano a liquidare il problema, perché pensare di cambiare lo status quo è sempre una scocciatura. C’è chi chiede: “Perché la parola “femminista”? Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani, o giù di lì?”. Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente è legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un’espressione vaga come “diritti umani” vuol dire negare la specificità del problema del genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema del genere riguarda le donne, la condizione dell’essere umano donna, e non dell’essere umano in generale. Per centinaia di anni il mondo ha diviso gli esseri umani in due categorie, per poi escludere o opprimere uno dei due gruppi. È giusto che la soluzione al problema riconosca questo fatto».

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Laurie Perry

Laurie Perry e lo stereotipo della femminista sciatta

Laurie Penny si è spinta oltre provando a spiegare la questione della resistenza al femminismo e delle numerose critiche anti-femministe come una deviazione dal reale problema, una nuova forma di negazione:

«A nessuno piace una femminista. Almeno non secondo i ricercatori dell’Università di Toronto; da uno studio è emerso che le persone ancora sono aggrappate ai tipici stereotipi sulle attiviste femministe, stereotipi come “odiatrici-di-uomini” e “poco igieniche”. Questi stereotipi sembra stiano seriamente limitando la possibilità, per le donne, di abbracciare l’impegno per la liberazione della donna come una scelta di vita. Il femminismo è un casino e c’è bisogno di venirne fuori. Per diventare “importante per le giovani donne di oggi” ha bisogno di radersi le gambe e di un nuovo taglio di capelli.

(…) Innanzi tutto c’è la questione della parola femminismo, con la quale alcune persone sembrano avere un problema. Queste persone sentono il bisogno di tenere da conto innanzi tutto i sentimenti degli uomini, quando si parla di lavoro, retribuzione o violenza sessuale, per risultare meno minacciose, più eleganti; meglio parlare di “uguaglianza di genere” se dobbiamo parlare a tutti. Quelli cui interessa mantenere lo status quo preferirebbero vedere le giovani donne che agiscono, come dire, nel modo più grazioso e piacevole possibile; anche quando protestano.

(…) Purtroppo non c’è modo di creare una “nuova immagine” del femminismo senza privarlo della sua energia essenziale, perché il femminismo è duro, impegnativo e pieno di rabbia (giusta). Puoi ammorbidirlo, sessualizzarlo, ma il vero motivo per cui molte persone trovano la parola femminismo spaventosa è che il femminismo è una cosa spaventosa per chiunque goda del privilegio di essere maschio. Il femminismo chiede agli uomini di accettare un mondo in cui non ottengono ossequi speciali semplicemente perché sono nati maschi. Rendere il femminismo più “carino” non lo renderà più facile da digerire.

Lo stereotipo della brutta femminista che nessuno “si farebbe mai” esiste per una ragione: esiste perché è ancora l’ultima, migliore linea di difesa contro qualsiasi donna che è un po’ troppo forte, un po’ troppo interessata alla politica. Allora le si fa notare che se va avanti così, nessuno la amerà mai».

Spero sia tutto un po’ piu’ chiaro!

*Feature foto: A settembre, Twitter ha lanciato la sua prima  campagna OHH, creando una serie audace di hashtag visivi dirompenti. Nelle principali città americane, da New York a San Francisco, la campagna ha utilizzato immagini iconiche degli event in trend su Twitter, in coppia con il simbolo dell’hashtag e il logo di Twitter. L’obiettivo era quello di usare il simbolo dell’hashtag, che Twitter ha creato sette anni fa per stimolare una conversazione.

City Notes, English

desolate landscape and long shadows – the visual journey of Efterglow


It’s a cold sunny Sunday afternoon in London and I have been invited by my friend Iti to see Erki Pärnoja and his band at the Barbican.

The music feels like a mellow yet rough soundtrack for an imaginary movie. An acoustic, synthetic, visual experience. I’m alone in a desolate landscape overlooking miles of dry pinnacles eroded by wind and water.

The ethereal grieving synthesizer sound blend with a groovy cutting guitar, drowned in the shimmering reverb of the wind. The band is creating a cinematographic journey, the result of dream- pop and guitar rock from the ‘70s.

Efterglow

Erki Pärnoja is well known as songwriter and multi-instrumentalist for his work as guitarist in the Estonian art-pop group “Ewert and The Two Dragons” – and he now reveals a diverse and more alternative side of himself as a frontman and songwriter during this gig at the Barbican.

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His unique Nordic touch, impressionist guitar soundscape and the high instrumental skills of the whole band brought him the Artist Award of this year’s Tallinn Music Week Festival.

Efterglow has been introduced to a wider public by ‘Jazzpresent to Europe’ in collaboration with the Estonian Jazz Union and Jazzkaar festival for the Republic of Estonia’s 100th birthday. As part of the project, Estonian jazz musicians will travel to Belgium, the UK, Finland, and Germany.

The gig is part of the EFG London Jazz Festival – presented by the Barbican Associate Producer Serious that comprises hundreds of gigs across the city, from established icons of the genre to the next big things and

Erki Pärnoja – guitar
Jonas Kaarnamets – guitar
Filip Leyman – keyboards
Peedu Kass – bass, double bass
Kristjan Kallas – drums

are definitely one of them.

Everyday life, Italiano

mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa


Ho detestato fin da bambina l’idea di tornare, anche dopo un semplice fine settimana al mare, forse traumatizzata dalla citatissima frase di Andrea Pazienza: “Mai tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa” che in realta’ è di Che Guevara. Essendo una scritta su un muro, anche per Pazienza quella frase non era che una citazione disegnata affiorata in Pentothal, che per gli amanti di Pazienza, divento’ per anni farina del sacco di Paz.

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Di sicuro il mondo si divide in due: chi ha paura di partire e chi ha il terrore di tornare; chi non si decide mai a farlo e chi ha problemi a smettere. Faccio parte della seconda categoria: tornare da sempre mi angoscia, destabilizza, mi deprime. Non ho mai compreso a fondo le motivazioni di chi desidera tornare a casa mentre è ancora in movimento, senza essere preso da un senso di vertigine. Non parlo tanto di turismo, quanto di viaggi.

Lo scorso weekend ho rivisto due care amiche, Mireia e Lea una danese e l’altra spagnola che hanno vissuto per anni qui a Londra. Ed ora per via dell’incertezza creata dalla Brexit e perche’ stanche della citta’, sono tornate a casa. Abbiamo avuto conversazioni interessanti, condiviso pensieri, visioni politiche, sociali e di vita ma soprattutto mi sono ritrovata a condividere e analizzare con loro, il significato della frase ‘ tornare a casa’.

Un’esperienza che ho provato personalmente e che mi ha riportato a Londra.

La strana cosa che accomuna, chi ha vissuto fuori dal proprio paese di origine, è la fluidita’ di visioni e prospettive. Dopo aver viaggiato anche piu’ in la’ dell’Europa per anni, si sviluppa una conoscenza di se stessi molto profonda.

Riesci ad osservarti al di la’ dell’ imprinting genetico e del tuo background. Puo’ essere destabilizzante ma aiuta a mettere in discussione te stessa, i tuoi valori e le tue piccole certezze.

Dalla mia reunion di questo fine settimana, è stata curioso osservare come sia al nord come al sud d’Europa, superati i 30 anni, il modello matrimonio, mutuo, monogamia è quello che piu’ o meno tutti si sentono obbligati a seguire, e se sei sicura di non volere nessuno dei tre, ti senti un outsider. Perche’ tutti, anche se terribilmente infelici, provano instancabilmente ad applicarlo alla propria vita.

Insostenibile da un punto di vista economico perche’, a quasi tutte le latitudini ormai e in queste includo anche l’UK, se non hai l’appoggio della tua famiglia, pensare di comprare casa a 30 anni, è impossibile. Stessa cosa per il matrimonio e la monogamia, nonostante meta’ delle coppie si separi dopo i primi tre anni di unione, l’altra meta’ dopo il primo figlio e il tradimento sia tra le cose piu’ frequenti che capitano, si continua a credere che sia l’unico sistema, con cui essere riconosciuti socialmente come adulti.

Mi ha consolato vedere come non fossi stata l’unica ad averlo sperimentato.

Il mio ritorno a Roma dopo sei anni fuori dal mio paese, fu traumatico anche se voluto. Mi sentivo una turista, da un lato mi sembrava tutto nuovo e questo mi creava una sensazione positiva e strana allo stesso. Dall’altro non tolleravo piu’ i commenti razzisti, le battute omofobe e sessiste ancora meno. Ero cambiata e tutto quello che un tempo mi sembrava normale o parte della mentalita’ italiana, ora strideva con tutto quello che ero diventata.

Agli occhi degli amici di sempre sembravo un po’ folle, il modo in cui vivevo la citta’ e vivevo le cose che conoscevo, era cambiato. Non sopportavo piu’ alcuni amici che prima tolleravo, mi annoiavo alle feste, mi annoiavo alle cene.

Nei miei anni fuori avevo sviluppato una sorta di reale indipendenza dalle norme sociali italiane, a cui non riuscivo piu’ ad adattarmi.

Ci ho provato per tre anni a stare a Roma, ho trovato lavoro, casa e ho riprovato a connettermi nuovamente, ma non andava. Il mio paese non mi piaceva piu’, come un vecchio fidanzato dei tempi del liceo, non riuscivo ad accettarlo e mi faceva stare male, perche’ gli volevo ancora bene. Non ero piu’ disposta ad adattarmi, sapevo che a Londra o in qualsiasi altra parte del mondo, avrei potuto fare meglio.

Una sensazione di estraniamento che rincontravo anche negli ambienti a me piu’ cari. I posti in cui un tempo mi sentivo a casa e dove ero convinta che avrei ritrovato facce amiche, ora mi annoiavano.

Io e Mireia siamo un po’ simili e in questo ci siamo ritrovate.

I centri sociali, i circoli sinistroidi, le vinerie popolate da pseudo intellettuali, insomma tutti  quegli ambienti che credevi fossero aperti e progressisti, a un tratto ti risultano  claustrofobici e noiosi.

I posti in cui le persone si riconoscono in modo conforme come appartenenti a qualcosa che risponde a dettami legati ad abbigliamento, gusti musicali, modi di fare, di parlare e di pensare, piu’ che di essere.

E apparentemente in Italia come in Spagna, o sei borghese o sei punkabbestia,  non esiste una di via di mezzo. Il dress code è tutto, non importa che tu condivida idee, valori o semplicemente la musica della serata, vi è ancora quella visione un po’ provinciale, per cui  ‘se non sei vestita come noi, non fai parte del gruppo‘.

Completemente opposto a qualsiasi scena londinese, dove nobody really gives a fuck anche alla fashion week che immaginavo fosse il luogo piu’ snob della terra. Ovvio puoi altamente fregartene delle reazioni intorno, ma quando torni a casa, ti rendi conto che l’abbigliamento, l’auto che hai, e dove vai a cena il sabato sera anche se pagato tutto a rate, in un certo senso definiscono chi sei.

Claustrofobia e noia, le uniche sensazioni che questo tipo di mentalita’ riusciva a suscitarmi, insieme a un senso di non appartenenza e isolamento.

Dopo aver sviluppato una conoscenza di te stessa al di fuori di questi riferimenti fissi, chiedersi se si è felici davvero diventa ovviamente una domanda a cui ti senti obbligata a rispondere con sincerita’, perche’ sai che se vuoi, hai la forza necessaria per cambiare le cose e non ti spaventa farlo.

Forza mista a quell’ eterna ambivalenza che caratterizza il viaggiatore: da un lato è spinto ad andare lontano da casa, ma appena arriva soffre perché desidera ritornare. “Non hai avuto paura? Che cosa ti ha spinto a partire?”, è la domanda più frequente che si sentono fare i viaggiatori da parenti, amici e curiosi. E penso che a volte sia proprio la paura di farlo.

Ma tornare mi ha fatto capire che le avventure hanno mille orizzonti – non certo tutti tropicali o legati alla carriera o al ritorno – e che il meglio non è altrove, il meglio è uno stato d’animo. Un coraggio consapevole di ciò che posso vivere qui e ora con quello che ho, immaginando il futuro come qualcosa di plasmabile nelle mie mani. Non lo avrei sperimentato se non fossi partita, non lo avrei capito se non fossi tornata.

mah speriamo bene

 

 

 

 

 

 

 

 

Soundtrack of the week: Sofrito – Tropical discotheque

English, the F word

be brave, not perfect!


Be brave, not perfect. It’s my new mantra.

I had the opportunity to take part in an interesting talk about diversity and gender gap in the work space last week . It’s the first time in my life that such sensitive subject has been unfolded and finally analysed in the corporate environment, that it’s often quite male hierarchy oriented.

Some male attitudes I have faced in the past, during meetings in Italy – worse than some English offices –  they now have specific names. Words as  manterruption*, bropriation** or ***micro-inequalities, better described  how women can be patronized in the work environment.

donald trump

2009 MTV Video Music Awards - Show
NEW YORK – SEPTEMBER 13: Kanye West takes the microphone from Taylor Swift and speaks onstage during the 2009 MTV Video Music Awards at Radio City Music Hall on September 13, 2009 in New York City. (Photo by Kevin Mazur/WireImage)

manurruption

Why manifestation of hubris are commonly mistaken for leadership potential 

There is some kind of inability in discerning between confidence and competence. That is, because we (people in general) commonly misinterpret displays of confidence as a sign of competence. We are fooled into believing that men are better leaders than women. In other words, when it comes to leadership, the only advantage that men have over women (e.g., from Argentina to Norway and the USA to Japan) is the fact that manifestations of hubris — often masked as charisma or charm — are commonly mistaken for leadership potential.

The truth of the matter is that pretty much anywhere in the world men tend to think that they that are much smarter than women. Of course, of course not all men. But enough of them. Yet arrogance and overconfidence are inversely related to leadership talent — the ability to build and maintain high-performing teams, and to inspire followers to set aside their selfish agendas in order to work for the common interest of the group. Indeed, whether in sports, politics or business, the best leaders are usually humble — and whether through nature or nurture, humility is a much more common feature in women than men.

How we can react

It comes to my mind the ancient Prassagora who, in the Aristophanes comedy, exhorts her companions to think and to speak as men to get out of the state of subordination. And yet it was not enough to give up on femininity, by usurping the “winning” manners, it was also necessary to hire men’s clothing to be seen as superior (feminine). You had to give up your feminine identity if you wanted to be respected. Now if this in the ancient Greece was required to reach a more just and well-ordered society, today such renunciation it would only underscores the inadequacy of women. For decades we believed that to be a leader we needed to hire man attitudes.

The reality it’s that you should be able to be recognised for your own qualities and be brave enough to be yourself in any circumstances.

Being a leader or just ask for a pay rise, it can be often a difficult task if you believe that you’re not good enough. That ‘prove again cycle’ force you to feel that you need to be perfect, in order to get a promotion or just to be recognised as a valuable member of the team. While men are often evaluate on their potential more that on their actual results.

Developing positive intelligence along an inner confidence it can be the first step to achieve what you want.

Confidence comes from clarity of values, skills, accomplishements and purpose, said Arjan Eenkema van Dijk, Executive Coach, during an interesting talk at “See it Be it” in New York a few weeks ago.

As Eenkema van Dijk suggested to:

  • Be perfectly imperfect – accept your negative side
  • Taking care of oneself – self respect
  • Set yourself free from self judgement, to be less judgmental
  • Stop worrying – worrying doesn’t make tomorrow lighter, just today heavier
  • Living the moment – the present is a gift
  • Being connected to a greater meaning/cause

In other words be brave means be proud of who you are, taking care of yourself in any possible way and start to refuse the idea that being perfect, it is the only way to be  successful in life.

What do you think?

the future is female

* It’s a pretty self-explanatory term, describing a behavior when men interrupt women unnecessarily, which leads to a pretty serious imbalance in the amount of female vs. male contributions in a conversation.
** Our ideas get co-opted (bro-opted)
***Microinequity is a theory that refers to hypothesized ways in which individuals are either singled out, overlooked, ignored, or otherwise discounted based on an unchangeable characteristic such as race or gender.

Monday soundtrack:

Italiano

Londra fa schifo


dalston

– Londra fa schifo – mi dico mentre osservo il cielo plumbeo alle 8 del mattino, alla fermata del treno.

Londra fa schifo, mentre mi affanno a entrare in un treno che puzza di gente.

Londra fa schifo, quando osservo le donne in trainers, stanche ancor prima di arrivare a lavoro.

Londra fa schifo mi ripeto mentre aspiro una boccata di umida brezza del mattino, piena di azoto, ossigeno, argon, xenox e radox, vapore acqueo, monissido di carbonio, biossido di azoto, piombo tetraetile, benzene, particolato di carbonati e silicati, alcune spore fungiche, un’ aereoflotta di batteri, un pelo anonimo, un ectoparassita di piccione, pollini anemofili, una stilla di anidride solforosa convolata da una remota fabbrica, e un granello di sabbia proveniente da Brighton, trasportato dal vento nella notte.

Londra è quel posto che tutti odiano e in cui tutti vivono. La citta’ piu’ criticata, odiata e amata. Londra è quella parte di mondo in cui tutti sentono di poter arrivare da qualche parte, senza arrivare da nessuna parte, dove arrivi, cadi e riprovi di nuovo. Dove vinci, ti senti bene ma non ti illudi mai di essere qualcuno, perche’ ci sara’ sempre qualcun altro piu’ bravo di te.

Londra ti aiuta a perderti per poi ritrovarti meglio di prima.

Illude e appaga, ti fa sentire libero anche se non vedi altri posti per anni. Ti nutre di passioni, inputs, cultura e gente interessante. Ti impoverisce, ma ti arricchisce di esperienze che nessuno potra’ mai capire. Fa sembrare razzista, anche te che hai sempre pensato di essere una persona aperta ma hai sempre vissuto a Roma dove i Rom e i Sinti , sono zingari di merda e i rapporti con gli stranieri, sono gli stessi dai tempi degli schiavi prima di cristo.

Londra è una citta’ di merda e chi dice il contrario è anche un po’ un illuso, di quelli che vuole vedere il positivo dove non c’è, perche’ il cielo grigio è deprimente. Ma fare quello che ti piace davvero, non potra’ mai eguagliare nessun cielo terso del mondo, se sotto quel cielo azzurro e limpido, sei una sfigata con un sogno che sembra irrealizzabile.

Londra fa schifo ma è l’unica citta’ in cui mi sento a casa.

flowers
Victoria Park in una qualsiasi domenica d’autunno
English, Everyday life, work tips

Emotionally intelligent people know how to make the world a better place. Are you one of them?


hearth

“If your emotional abilities aren’t in hand, if you don’t have self-awareness, if you are not able to manage your distressing emotions, if you can’t have empathy and have effective relationships, then no matter how smart you are, you are not going to get very far.”

At least that’s what Dr. Daniel Goleman, well-known writer and researcher on leadership who wrote the best-seller Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ, says.

Goleman has dedicated his work to finding out what makes people successful. And, his title spoiling the surprise, he says it comes down to their emotional intelligence.

What exactly is emotional intelligence (EI) though? Psychology Today says it’s:

  • The ability to accurately identify your own emotions, as well as those of others
  • The ability to utilize emotions and apply them to tasks, like thinking and problem-solving
  • The ability to manage emotions, including controlling your own, as well as the ability to cheer up or calm down another person

The concept of emotional intelligence has been around since 1990, when Yale psychologists John D. Mayer and Peter Salovey presented the concept to the academic world.

But Goleman has gone on to study it further—and he found a direct relationship between the EI of a company’s staff and the company’s success.

Employees with a high level of EI have self-awareness that helps them understand co-workers and meet deadlines. When people have high EI, they are not bothered by client criticism; they remain focused on outcomes, rather than feeling offended.

If two job candidates have similar IQs, the one with the higher EI will likely be a better fit for the company. Like Goleman said, no amount of smarts will make up for a lack of the ever-important emotional and social abilities, especially as part of the professional world.

Not sure how to recognize this trait? Here are seven characteristics they say distinguish emotionally intelligent people.

They’re change agents

People with high EI aren’t afraid of change. They understand that it’s a necessary part of life—and they adapt.

They’re self-aware

They know what they’re good at and what they still have to learn—weaknesses don’t hold them back. They know what environments are optimal for their work style.

They’re empathetic

The hallmark of EI, being able to relate to others, makes them essential in the workplace. With an innate ability to understand what co-workers or clients are going through, they can get through difficult times drama free.

They’re not perfectionists

While extremely motivated, people with EI know that perfection is impossible. They roll with the punches and learn from mistakes.

They’re balanced

Their self-awareness means that they naturally know the importance of and how to maintain a healthy professional-personal balance in their lives.

They’re curious

An inborn sense of wonder and curiosity makes them delightful to be around. They don’t judge; they explore the possibilities. They ask questions and are open to new solutions.

They’re gracious

People with high EI know every day brings something to be thankful for—and they don’t see the world as “glass half-empty” as a lot of people do. They feel good about their lives and don’t let critics or toxic people affect that.

Emotionally intelligent people know how to make work, and the world, a better place. Are you one of them?

 

Talk to the mermaid

Talk to the mermaid


Yellow glasses 2

I’m a digital/ brand marketer. The work I believe in is rooted in insights, and caters to users’ wants, needs, and desires.  Whether you’re looking for your next hire, a marketing consultant, partner or advisor for a project, or someone who’s just really good at finding GIFs, let’s get acquainted.

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If you have a question, a marketing problem that needs solving, a relevant open role, a speaking or teaching opportunity, or something else that would make sense for me to know, shoot me a note. If you’re the old-fashioned digital type, you can send a message in a virtual bottle to rossellaforle@gmail.com 

 

Everyday life, Italiano

nomad life – chapter 1 … primi passi verso la liberta’ dalla scrivania


 

make your luck

Lavorare in ufficio è noioso, lo sappiamo tutti e non è una novita’. I rapporti faccia a faccia con il capo, i colleghi, la politica da ufficio, il caffe’ nella cucina comune, le conversazioni forzate su quello che hai fatto o farai nel fine settimana, la ressa sulla metro al mattino… per molti una vita di merda, per altri la normalita’, di cui ritenersi fortunati.

Ho faticato tanto per fare il lavoro che amo, per un’azienda che mi piace in un ambiente lavorativo interessante, circondata da gente cool, ma vorrei altro.

Al mattino mi sento un po’ come quando andavo a scuola, no la sveglia di nuovo, l’ansia da mezzi pubblici …l’interrogazione/meeting.

E’ da un po’ che sento parlare dei digital nomads, cosi’ ho iniziato a cercare informazioni su questo stile di vita. Sono sempre stata attratta da modi di vivere diversi, dalle comuni in Costarica agli squats a Londra, ma i digital nomads sono altro.

Si tratta di persone che hanno scelto di non avere una dimora fissa e di spostarsi di paese in paese, generalmente non con altre persone appartenenti al loro stesso gruppo etnico. Se i Sioux migravano tutti insieme, il cavaliere errante digitale preferisce la solitudine.

Il digital nomad usa il proprio portatile e la connesisone a Internet per sostenere economicamente i propri viaggi, essendo una persona che guadagna il necessario per vivere e muoversi tramite un’attività che può essere gestita online o comunque a distanza.

Da che cosa è dettata l’esigenza di viaggiare? Molto semplicemente, dal piacere di viaggiare più o meno continuamente e/o dal desiderio di non avere una fissa dimora.

Mi sono ritrovata in parte con la definizione, o meglio non sono alla ricerca di un’etichetta che definisca come vorrei lavorare, vorrei semplicemente avere piu’ flessibilita’ nella mia vita quotidiana. Non mi piacerebbe lasciare Londra di nuovo, e partire per un paese in cui mettere radici stabili, vorrei qualcosa a meta’ tra una vita sedentaria e una vita nomade, insomma.

Come iniziare? sono andata alla ricerca di informazioni, ho iniziato a iscrivermi a gruppi online come Digital nomad women o Digital nomad girls. E ho trovato workshop e riunioni di nomadi qui a Londra.

Ieri ho partecipato ad un meeting alla General Assembly, dove un panel di digital nomads ha condiviso i lati positivi e negativi di questo tipo di vita.

Intorno a me gente della mia eta’ sulla trentina passata, piuttosto giovanile, facce e abbigliamento di chi nel 2002 ha iniziato a viaggiare con l’erasmus e ha continuato a farlo per anni, mettendo radici da qualche parte. E saudace/ depressione, nei periodi in cui  tornava a casa, per rendersi poi conto che si sentiva piu’ cittadino di Hong Kong che di Ortona. Ero circondata da individui simili, come ad una riunione di vecchie ballerine o di alcolisti anonimi.

A volte quando percepisco che un posto non mi appartiene piu’ e devo cambiare di nuovo, metto in dubbio me stessa, credo  di essere forse un’insoddisfatta cronica che non troverà mai pace, e invece come dimostrato, appartengo semplicemente ad una categoria di persone che ha bisogno di nuovi e continui stimoli, per essere felice.

Una mia ex amica mi disse che non ero in grado di mettere radici da nessuna parte io, nonostante lo dicesse per umiliarmi, lo presi come un complimento, e lo è. La capacita’ che distingue chi sa adattarsi e ama vedere posti nuovi denota grande stabilita’ emotiva e mentale, è l’opposto dell’insoddisfazione o dall’incapacita’ di spostarsi, se non in vacanza.

Alcune persone nascono per essere viaggiatori, è una natura ben precisa e non c’è niente di cui vergognarsi se non si sente l’esigenza di stabilirsi nel villaggio, dove si è scelto di morire.

Il nomadismo alla fine esiste da sempre.

Tornando ai miei primi passi sulla vita da nomade. Sono cosciente del fatto che il mio progetto sia ampio e da quello che sto apprendendo non bastano solo coraggio e buona volonta’ ma capacita’ particolari che permettano di lavorare davvero e sostentarsi senza finire in uno squallido hotel, con uno spacciatore di crack come vicino di stanza.

Quindi iniziamo per gradi, senza lanciarmi nel vuoto come ho fatto a volte, ritrovandomi in grandi casini oltre che grandi esperienze di vita.

La prima domanda è, cosa so fare? sono una digital marketer, ossia? riesco a capire le esigenze di un’azienda nel promuovere il suo evento, in questo caso, analizzo e metto insieme una strategia di marketing, prevalentemente digitale e la realizzo, con l’aiuto di un team di creativi, con l’obiettivo di incrementare gli introiti dell’azienda che mi paga per questo.

Stando a quanto visto su working nomads posso quindi trovare lavoro da remoto come digital marketer, marketing manager or brand manager.

Ascoltando i nomadi digitali pero’ per abbracciare questo stile di vita, servono delle qualita’ ben precise quali:

  • essere stabili mentalmente; ci si trova ad affrontare momenti di solitudine, e tutta una serie di problemi che nella routine quotidiana non si hanno, come trovare una connessione ad internet decente, sapersi adattare al luogo in cui vivi in tutti i sensi, dai traporti al cibo
  •  essere assolutamente affidabili sul lavoro, garantire e rispettare le scadenze, per evitare di perderlo e guadagnare invece, attraverso passaparola e feedback positivi,  nuovi progetti
  • saper stringere relazioni, per lavoro e per piacere. Fare gruppo con i nomadi nella citta’ in cui si sceglie di lavorare, anche raccogliendo informazioni su Nomad list
  • Dire di no a lavori che potrebbero riportarti alla stessa condizione che avevi prima, garantendoti in anticipo un numero sufficiente di progetti che permettano di essere  autosuffcienti economicamente, senza dover accettare shit jobs per sopravvivere
  • Capire quanto realmente serva per vivere, e calcolare come e quale lavori è necessario accettare, per avere una vita decente senza essere costretta a chiuderti in una stanza a Bangkok per 12 ore al giorno
  • Prenotare in anticipo i voli per tornare a casa e vedere famiglia e amici

La seconda domanda che mi pongo è, voglio lasciare Londra completemente? No, almeno non adesso. Mi piacerebbe anche solo lavorare per qualche mese dal sud europa all’inizio, non necessariamente partire adesso per Kuala Lampur.

E la piu’ difficile, come conciliare la vita da coppia stabile con il desiderio di non vivere nella stessa citta’ tutto l’anno? Riusciro’ a convincere il mio compagno a seguirmi?

E’ pieno di possibilita’ li’ fuori e sono sicura che trovero’ la soluzione piu’ adatta.

Nel frattempo provo a lavorare da casa almeno una volta a settimana, cerco lavoro da freelance e provo a sviluppare il mio progetto di conquistare il mondo, nel tempo libero.

Pare che per raggiungere la liberta’ bisogna lavorare il doppio.

Vi terro’ aggiornati!

Illustration : Jessica Walsh