mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa


Ho detestato fin da bambina l’idea di tornare, anche dopo un semplice fine settimana al mare, forse traumatizzata dalla citatissima frase di Andrea Pazienza: “Mai tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa” che in realta’ è di Che Guevara. Essendo una scritta su un muro, anche per Pazienza quella frase non era che una citazione disegnata affiorata in Pentothal, che per gli amanti di Pazienza, divento’ per anni farina del sacco di Paz.

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Di sicuro il mondo si divide in due: chi ha paura di partire e chi ha il terrore di tornare; chi non si decide mai a farlo e chi ha problemi a smettere. Faccio parte della seconda categoria: tornare da sempre mi angoscia, destabilizza, mi deprime. Non ho mai compreso a fondo le motivazioni di chi desidera tornare a casa mentre è ancora in movimento, senza essere preso da un senso di vertigine. Non parlo tanto di turismo, quanto di viaggi.

Lo scorso weekend ho rivisto due care amiche, Mireia e Lea una danese e l’altra spagnola che hanno vissuto per anni qui a Londra. Ed ora per via dell’incertezza creata dalla Brexit e perche’ stanche della citta’, sono tornate a casa. Abbiamo avuto conversazioni interessanti, condiviso pensieri, visioni politiche, sociali e di vita ma soprattutto mi sono ritrovata a condividere e analizzare con loro, il significato della frase ‘ tornare a casa’.

Un’esperienza che ho provato personalmente e che mi ha riportato a Londra.

La strana cosa che accomuna, chi ha vissuto fuori dal proprio paese di origine, è la fluidita’ di visioni e prospettive. Dopo aver viaggiato anche piu’ in la’ dell’Europa per anni, si sviluppa una conoscenza di se stessi molto profonda.

Riesci ad osservarti al di la’ dell’ imprinting genetico e del tuo background. Puo’ essere destabilizzante ma aiuta a mettere in discussione te stessa, i tuoi valori e le tue piccole certezze.

Dalla mia reunion di questo fine settimana, è stata curioso osservare come sia al nord come al sud d’Europa, superati i 30 anni, il modello matrimonio, mutuo, monogamia è quello che piu’ o meno tutti si sentono obbligati a seguire, e se sei sicura di non volere nessuno dei tre, ti senti un outsider. Perche’ tutti, anche se terribilmente infelici, provano instancabilmente ad applicarlo alla propria vita.

Insostenibile da un punto di vista economico perche’, a quasi tutte le latitudini ormai e in queste includo anche l’UK, se non hai l’appoggio della tua famiglia, pensare di comprare casa a 30 anni, è impossibile. Stessa cosa per il matrimonio e la monogamia, nonostante meta’ delle coppie si separi dopo i primi tre anni di unione, l’altra meta’ dopo il primo figlio e il tradimento sia tra le cose piu’ frequenti che capitano, si continua a credere che sia l’unico sistema, con cui essere riconosciuti socialmente come adulti.

Mi ha consolato vedere come non fossi stata l’unica ad averlo sperimentato.

Il mio ritorno a Roma dopo sei anni fuori dal mio paese, fu traumatico anche se voluto. Mi sentivo una turista, da un lato mi sembrava tutto nuovo e questo mi creava una sensazione positiva e strana allo stesso. Dall’altro non tolleravo piu’ i commenti razzisti, le battute omofobe e sessiste ancora meno. Ero cambiata e tutto quello che un tempo mi sembrava normale o parte della mentalita’ italiana, ora strideva con tutto quello che ero diventata.

Agli occhi degli amici di sempre sembravo un po’ folle, il modo in cui vivevo la citta’ e vivevo le cose che conoscevo, era cambiato. Non sopportavo piu’ alcuni amici che prima tolleravo, mi annoiavo alle feste, mi annoiavo alle cene.

Nei miei anni fuori avevo sviluppato una sorta di reale indipendenza dalle norme sociali italiane, a cui non riuscivo piu’ ad adattarmi.

Ci ho provato per tre anni a stare a Roma, ho trovato lavoro, casa e ho riprovato a connettermi nuovamente, ma non andava. Il mio paese non mi piaceva piu’, come un vecchio fidanzato dei tempi del liceo, non riuscivo ad accettarlo e mi faceva stare male, perche’ gli volevo ancora bene. Non ero piu’ disposta ad adattarmi, sapevo che a Londra o in qualsiasi altra parte del mondo, avrei potuto fare meglio.

Una sensazione di estraniamento che rincontravo anche negli ambienti a me piu’ cari. I posti in cui un tempo mi sentivo a casa e dove ero convinta che avrei ritrovato facce amiche, ora mi annoiavano.

Io e Mireia siamo un po’ simili e in questo ci siamo ritrovate.

I centri sociali, i circoli sinistroidi, le vinerie popolate da pseudo intellettuali, insomma tutti  quegli ambienti che credevi fossero aperti e progressisti, a un tratto ti risultano  claustrofobici e noiosi.

I posti in cui le persone si riconoscono in modo conforme come appartenenti a qualcosa che risponde a dettami legati ad abbigliamento, gusti musicali, modi di fare, di parlare e di pensare, piu’ che di essere.

E apparentemente in Italia come in Spagna, o sei borghese o sei punkabbestia,  non esiste una di via di mezzo. Il dress code è tutto, non importa che tu condivida idee, valori o semplicemente la musica della serata, vi è ancora quella visione un po’ provinciale, per cui  ‘se non sei vestita come noi, non fai parte del gruppo‘.

Completemente opposto a qualsiasi scena londinese, dove nobody really gives a fuck anche alla fashion week che immaginavo fosse il luogo piu’ snob della terra. Ovvio puoi altamente fregartene delle reazioni intorno, ma quando torni a casa, ti rendi conto che l’abbigliamento, l’auto che hai, e dove vai a cena il sabato sera anche se pagato tutto a rate, in un certo senso definiscono chi sei.

Claustrofobia e noia, le uniche sensazioni che questo tipo di mentalita’ riusciva a suscitarmi, insieme a un senso di non appartenenza e isolamento.

Dopo aver sviluppato una conoscenza di te stessa al di fuori di questi riferimenti fissi, chiedersi se si è felici davvero diventa ovviamente una domanda a cui ti senti obbligata a rispondere con sincerita’, perche’ sai che se vuoi, hai la forza necessaria per cambiare le cose e non ti spaventa farlo.

Forza mista a quell’ eterna ambivalenza che caratterizza il viaggiatore: da un lato è spinto ad andare lontano da casa, ma appena arriva soffre perché desidera ritornare. “Non hai avuto paura? Che cosa ti ha spinto a partire?”, è la domanda più frequente che si sentono fare i viaggiatori da parenti, amici e curiosi. E penso che a volte sia proprio la paura di farlo.

Ma tornare mi ha fatto capire che le avventure hanno mille orizzonti – non certo tutti tropicali o legati alla carriera o al ritorno – e che il meglio non è altrove, il meglio è uno stato d’animo. Un coraggio consapevole di ciò che posso vivere qui e ora con quello che ho, immaginando il futuro come qualcosa di plasmabile nelle mie mani. Non lo avrei sperimentato se non fossi partita, non lo avrei capito se non fossi tornata.

mah speriamo bene

 

 

 

 

 

 

 

 

Soundtrack of the week: Sofrito – Tropical discotheque

Emotionally intelligent people know how to make the world a better place. Are you one of them?


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“If your emotional abilities aren’t in hand, if you don’t have self-awareness, if you are not able to manage your distressing emotions, if you can’t have empathy and have effective relationships, then no matter how smart you are, you are not going to get very far.”

At least that’s what Dr. Daniel Goleman, well-known writer and researcher on leadership who wrote the best-seller Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ, says.

Goleman has dedicated his work to finding out what makes people successful. And, his title spoiling the surprise, he says it comes down to their emotional intelligence.

What exactly is emotional intelligence (EI) though? Psychology Today says it’s:

  • The ability to accurately identify your own emotions, as well as those of others
  • The ability to utilize emotions and apply them to tasks, like thinking and problem-solving
  • The ability to manage emotions, including controlling your own, as well as the ability to cheer up or calm down another person

The concept of emotional intelligence has been around since 1990, when Yale psychologists John D. Mayer and Peter Salovey presented the concept to the academic world.

But Goleman has gone on to study it further—and he found a direct relationship between the EI of a company’s staff and the company’s success.

Employees with a high level of EI have self-awareness that helps them understand co-workers and meet deadlines. When people have high EI, they are not bothered by client criticism; they remain focused on outcomes, rather than feeling offended.

If two job candidates have similar IQs, the one with the higher EI will likely be a better fit for the company. Like Goleman said, no amount of smarts will make up for a lack of the ever-important emotional and social abilities, especially as part of the professional world.

Not sure how to recognize this trait? Here are seven characteristics they say distinguish emotionally intelligent people.

They’re change agents

People with high EI aren’t afraid of change. They understand that it’s a necessary part of life—and they adapt.

They’re self-aware

They know what they’re good at and what they still have to learn—weaknesses don’t hold them back. They know what environments are optimal for their work style.

They’re empathetic

The hallmark of EI, being able to relate to others, makes them essential in the workplace. With an innate ability to understand what co-workers or clients are going through, they can get through difficult times drama free.

They’re not perfectionists

While extremely motivated, people with EI know that perfection is impossible. They roll with the punches and learn from mistakes.

They’re balanced

Their self-awareness means that they naturally know the importance of and how to maintain a healthy professional-personal balance in their lives.

They’re curious

An inborn sense of wonder and curiosity makes them delightful to be around. They don’t judge; they explore the possibilities. They ask questions and are open to new solutions.

They’re gracious

People with high EI know every day brings something to be thankful for—and they don’t see the world as “glass half-empty” as a lot of people do. They feel good about their lives and don’t let critics or toxic people affect that.

Emotionally intelligent people know how to make work, and the world, a better place. Are you one of them?

 

nomad life – chapter 1 … primi passi verso la liberta’ dalla scrivania


 

make your luck

Lavorare in ufficio è noioso, lo sappiamo tutti e non è una novita’. I rapporti faccia a faccia con il capo, i colleghi, la politica da ufficio, il caffe’ nella cucina comune, le conversazioni forzate su quello che hai fatto o farai nel fine settimana, la ressa sulla metro al mattino… per molti una vita di merda, per altri la normalita’, di cui ritenersi fortunati.

Ho faticato tanto per fare il lavoro che amo, per un’azienda che mi piace in un ambiente lavorativo interessante, circondata da gente cool, ma vorrei altro.

Al mattino mi sento un po’ come quando andavo a scuola, no la sveglia di nuovo, l’ansia da mezzi pubblici …l’interrogazione/meeting.

E’ da un po’ che sento parlare dei digital nomads, cosi’ ho iniziato a cercare informazioni su questo stile di vita. Sono sempre stata attratta da modi di vivere diversi, dalle comuni in Costarica agli squats a Londra, ma i digital nomads sono altro.

Si tratta di persone che hanno scelto di non avere una dimora fissa e di spostarsi di paese in paese, generalmente non con altre persone appartenenti al loro stesso gruppo etnico. Se i Sioux migravano tutti insieme, il cavaliere errante digitale preferisce la solitudine.

Il digital nomad usa il proprio portatile e la connesisone a Internet per sostenere economicamente i propri viaggi, essendo una persona che guadagna il necessario per vivere e muoversi tramite un’attività che può essere gestita online o comunque a distanza.

Da che cosa è dettata l’esigenza di viaggiare? Molto semplicemente, dal piacere di viaggiare più o meno continuamente e/o dal desiderio di non avere una fissa dimora.

Mi sono ritrovata in parte con la definizione, o meglio non sono alla ricerca di un’etichetta che definisca come vorrei lavorare, vorrei semplicemente avere piu’ flessibilita’ nella mia vita quotidiana. Non mi piacerebbe lasciare Londra di nuovo, e partire per un paese in cui mettere radici stabili, vorrei qualcosa a meta’ tra una vita sedentaria e una vita nomade, insomma.

Come iniziare? sono andata alla ricerca di informazioni, ho iniziato a iscrivermi a gruppi online come Digital nomad women o Digital nomad girls. E ho trovato workshop e riunioni di nomadi qui a Londra.

Ieri ho partecipato ad un meeting alla General Assembly, dove un panel di digital nomads ha condiviso i lati positivi e negativi di questo tipo di vita.

Intorno a me gente della mia eta’ sulla trentina passata, piuttosto giovanile, facce e abbigliamento di chi nel 2002 ha iniziato a viaggiare con l’erasmus e ha continuato a farlo per anni, mettendo radici da qualche parte. E saudace/ depressione, nei periodi in cui  tornava a casa, per rendersi poi conto che si sentiva piu’ cittadino di Hong Kong che di Ortona. Ero circondata da individui simili, come ad una riunione di vecchie ballerine o di alcolisti anonimi.

A volte quando percepisco che un posto non mi appartiene piu’ e devo cambiare di nuovo, metto in dubbio me stessa, credo  di essere forse un’insoddisfatta cronica che non troverà mai pace, e invece come dimostrato, appartengo semplicemente ad una categoria di persone che ha bisogno di nuovi e continui stimoli, per essere felice.

Una mia ex amica mi disse che non ero in grado di mettere radici da nessuna parte io, nonostante lo dicesse per umiliarmi, lo presi come un complimento, e lo è. La capacita’ che distingue chi sa adattarsi e ama vedere posti nuovi denota grande stabilita’ emotiva e mentale, è l’opposto dell’insoddisfazione o dall’incapacita’ di spostarsi, se non in vacanza.

Alcune persone nascono per essere viaggiatori, è una natura ben precisa e non c’è niente di cui vergognarsi se non si sente l’esigenza di stabilirsi nel villaggio, dove si è scelto di morire.

Il nomadismo alla fine esiste da sempre.

Tornando ai miei primi passi sulla vita da nomade. Sono cosciente del fatto che il mio progetto sia ampio e da quello che sto apprendendo non bastano solo coraggio e buona volonta’ ma capacita’ particolari che permettano di lavorare davvero e sostentarsi senza finire in uno squallido hotel, con uno spacciatore di crack come vicino di stanza.

Quindi iniziamo per gradi, senza lanciarmi nel vuoto come ho fatto a volte, ritrovandomi in grandi casini oltre che grandi esperienze di vita.

La prima domanda è, cosa so fare? sono una digital marketer, ossia? riesco a capire le esigenze di un’azienda nel promuovere il suo evento, in questo caso, analizzo e metto insieme una strategia di marketing, prevalentemente digitale e la realizzo, con l’aiuto di un team di creativi, con l’obiettivo di incrementare gli introiti dell’azienda che mi paga per questo.

Stando a quanto visto su working nomads posso quindi trovare lavoro da remoto come digital marketer, marketing manager or brand manager.

Ascoltando i nomadi digitali pero’ per abbracciare questo stile di vita, servono delle qualita’ ben precise quali:

  • essere stabili mentalmente; ci si trova ad affrontare momenti di solitudine, e tutta una serie di problemi che nella routine quotidiana non si hanno, come trovare una connessione ad internet decente, sapersi adattare al luogo in cui vivi in tutti i sensi, dai traporti al cibo
  •  essere assolutamente affidabili sul lavoro, garantire e rispettare le scadenze, per evitare di perderlo e guadagnare invece, attraverso passaparola e feedback positivi,  nuovi progetti
  • saper stringere relazioni, per lavoro e per piacere. Fare gruppo con i nomadi nella citta’ in cui si sceglie di lavorare, anche raccogliendo informazioni su Nomad list
  • Dire di no a lavori che potrebbero riportarti alla stessa condizione che avevi prima, garantendoti in anticipo un numero sufficiente di progetti che permettano di essere  autosuffcienti economicamente, senza dover accettare shit jobs per sopravvivere
  • Capire quanto realmente serva per vivere, e calcolare come e quale lavori è necessario accettare, per avere una vita decente senza essere costretta a chiuderti in una stanza a Bangkok per 12 ore al giorno
  • Prenotare in anticipo i voli per tornare a casa e vedere famiglia e amici

La seconda domanda che mi pongo è, voglio lasciare Londra completemente? No, almeno non adesso. Mi piacerebbe anche solo lavorare per qualche mese dal sud europa all’inizio, non necessariamente partire adesso per Kuala Lampur.

E la piu’ difficile, come conciliare la vita da coppia stabile con il desiderio di non vivere nella stessa citta’ tutto l’anno? Riusciro’ a convincere il mio compagno a seguirmi?

E’ pieno di possibilita’ li’ fuori e sono sicura che trovero’ la soluzione piu’ adatta.

Nel frattempo provo a lavorare da casa almeno una volta a settimana, cerco lavoro da freelance e provo a sviluppare il mio progetto di conquistare il mondo, nel tempo libero.

Pare che per raggiungere la liberta’ bisogna lavorare il doppio.

Vi terro’ aggiornati!

Illustration : Jessica Walsh

 

Assorbenti con le ali…


Il sabato mi piace avere qualche ora da dedicare a me. Oggi mi  è venuta la geniale idea di andare a fare le sopracciglia al Boots di Westfield, una mia amica lo chiama Hellfield perche’ il sabato mattina  è il posto piu’ vicino all’inferno che si possa immaginare. La signorina di Benefit mi dice che devo aspettare un’ora, prima che mi possa levare i peli in eccesso, cosi faccio un giro. Entro da Victoria’s Secret con ” Mi piccion le sbarbine” degli Skiantos nelle orecchie. Video di super tope ammiccanti sui muri, mi decido vedo un paio di reggiseni 36coppa B , li prendo entro nel camerino che assomiglia a un bordello dall’ american touch e li provo. Il push up non fa per me, è troppo disonesto. Un uomo che conosce le mie tette ce l’ho, sarebbe come bleffare a pocker, con uno che ha gia’ visto le mie carte.

In treno mentre torno a casa, scorro il feed di facebook e pare che il fertility day abbia fatto incazzare un sacco di gente, ha fatto incazzare anche me sono sincera. Non bastava mia madre anche la Lorenzin ora. 

Socialmente sembra che la nostra esistenza sia limitata al compiacimento maschile, finalizzata poi alla riproduzione, insomma delle cerbiatte che devono sgravare prima che diventino troppo vecchie. Sembra poi che  dopo i 30 anni se non hai assolto al ruolo di forno umano, sei da buttare via. Non ti puoi piu’ divertire, fine dei giochi c’ è la clessidra li’ che te lo ricorda, devi diventare mamma!

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Mamma una figura in cui noi stesse spesso vogliamo assolutamente rientrare, costi quel che costi. Quando vivevo in Italia  lo ammetto questa pressione la sentivo, trapelava da ogni discorso non solo con mia madre ma anche con altre donne, amiche.  Mi era addirittura venuta voglia, anche se avevo accanto soggetti assurdi.

Era la  stessa pressione che mi convinceva a intrattenere dellle storie di media- lunga durata con soggetti improponibli con cui forse, nel decennio precedente, avrei passato al massimo una serata e me ne sarei andata via senza lasciare il numero.

La pressione mi aveva reso  una disperata da relazione!

Sentivo quest’ansia palpabile secondo la quale se non hai un uomo, non convivi o comunque non hai uno straccio di relazione dopo i 30, non esisti. Non importa quale apporto possa dare alla societa’, sei nulla senza un fallo umano affianco.

Figurati se lavori in comunicazione!

Se poi penso ai soggetti in cui mi sono imbattuta negli anni, ma anche volendo, ma con chi lo facevo. Con Roberto? quello che a 36 anni si vantava di preferire vivere a  casa con mamma’, piuttosto che dividere casa con Omiodddio un coinquilino sconosciuto? o con Luca?  il rockabilly psicopatico che viveva in un’epoca culturalmente distante dalla sua e si spruzzava mezzo litro di lacca Elnett nei capelli, la stessa che usava mia nonna prima di andare in chiesa? o con Alessandro, quello sposato che vantava di essere un papa’ amorevole, mentre si sfondava di droghe fino alle 5 di mattina.

Nella disperazione da accettazione sociale, ho anche iniziato a pensare che un figlio me lo sarei potuto crescere da sola. Ma come, con un contratto a Partita Iva? che facevo partorivo in bagno e lo allattavo in pausa pranzo e dopo? da mamma single, lo avrei dovuto affidare a mia madre, perche’ non mi sarei mai potuta permettere un asilo privato o una tata. Come le donne del Bangladesh che lavorano nelle fabbriche tessili  in citta’ a 2 dollari al giorno e fanno crescere i figli alle nonne nei villaggi.

Cosi ho scartato l’idea e mi sono rassegnata a diventare una zitella senza figli.

Oggi sono in coppia e vivo a Londra  da emigrante. Ci stiamo provando eh! ma non succede e abbiamo fatto tutti i test, siamo in salute ma niente.

Finche  una mattina non leggo del fertlity day, dio lupo!

Una campagna di comunicazione che sembra sia stata affidata al grafico che ha finito ieri il corso alla regione, il cugino quello bravo a photoshop, con un  messaggio anni ’50 di una sensibilita’ paragonabile a quella di un elefante in un negozio di cristalli.

Insomma  Lorenzin con questa campagna ignobile, triste, trash mi hai offesa piu’ volte, mi hai fatto sentire vecchia, inutile e un po’ malata allo stesso tempo. 

Nel pensarla tra l’altro, vi siete anche dimenticati che  mamma non si diventa solo se hai un compagno, un lavoro e un appartamento che nel mio caso  è un ex ufficio riadattato, insomma un garage che ora assomiglia a un appartamento.

Non tutte sono pronte o hanno voglia di esserlo, perche’ magari hanno voglia di fare altro che ne so mettere su un’azienda, viaggiare, fare le ricercatrici, le attiviste politiche, scrivere libri, suonare in una band, o che ne so fare le fotografe, le artiste, le astronaute.

Insomma dateci tregua e provate a dare alle donne delle prospettive diverse che non siano solo divenatare moglie e madre nel fucking 2016, roba che si pensava che avremmo sostituito i pasti con delle pillole e viaggiato su navicelle spaziali. Invece  siamo ancora qui a dover combattere per l’uguaglianza sociale tra uomini e donne.

AlLe nuove generazioni di donne, perche’ la mia  è quasi tutta in terapia,  diamo altro.

Educhiamole all’accettazione del proprio corpo, insegniamo loro che nel nostro paese per fare carriera non  è necessario ragalarla in giro come se non fosse la tua che Minista lo diventi per merito e non perche’ partecipi ai festini del Capo del governo, quella si chiama prostituzione e puo’ essere una carriera ma non  è la migliore che si possa scegliere.

Educhiamole a piacersi anche se il loro corpo non assomiglia a quello delle modelle di Victoria’s secret.

Garantiamo loro le stesse possibilita’ di carriera che vengono riservate agli uomini e la possibilita’ di fare dei figli, se ne avranno voglia, senza dover rinunciare  necessariamente ai sogni o a un futuro decente.

Diamo loro una societa’ piu’ sana dove si sentano libere di andare in giro anche in mutande alle cinque del mattino, dopo una serata, senza aver paura di essere violentate “perche’ se ti vesti da troia te lo sei meritato “.

Un ambiente giusto dove, se un uomo si azzardera’ a picchiarle o maltrattarle psicologicamente, avranno un sistema che le aiuti, prima che qualcuno le bruci vive per strada o le ammazzi.

Diamo loro le ali …  che non siano solo quelle degli assorbenti.

 

 

Uncool Little Britain!


Ebbene si è successo, il peggiore degli incubi è diventato realtà, ha vinto Little Britain.

Come in un libro fantascientifico di Philipp K. Dick in cui ci si risveglia dopo l’esplosione di una bomba atomica e gli unici sopravvissuti sono degli zombies pronti a ucciderti se metti il naso fuori casa.

Non sono né sorpresa né scandalizzata. Ma assolutamente disorientata. Avrei votato per rimanere, se me lo avessero permesso, perché volevo continuare a credere, nonostante tutto, in un progetto condiviso, volevo credere in una svolta che avrebbe portato a una comunità davvero unita, e non solo un bunker commerciale contro il mondo.

L’Inghilterra è uscita dall’Europa non solo per controllare meglio la sua economia ma per controllarne l’immigrazione!!!!!  In realta’ nessuno ci ha capito nulla. È stato confuso il voto del referendum con il voto politico. il Leave come  voto di protesta della provincia, dove la disoccupazione cresce, contro la capitale del business e della finanza. Senza contare quelli che non hanno minimamente capito che votando Leave, avrebbero detto no all’EU. What?!

Il risulatato è un paese spaccato, diviso, incazzato, impanicato, ansioso, che non sa cosa cazzo succederà domani, tutti contro tutti, leavers contro remainers, europei contro leavers, remainers contro leavers e post sui social media che rasentano la follia.

Petizioni per chiedere un secondo referendum, senza voler accettare che la democrazia è questa e lo scemo del villaggio ha deciso per tutti.

Ho mille domande a cui nessuno al momento puo’ dare delle risposte. Nonostante le rassicurazioni sul mio diritto a vivere e lavorare qui, non so quale sarà  il mio futuro e mi chiedo come moltissimi, se davvero ho ancora voglia di starci e se davvero ne valga la pena.

Negli anni vivendo a Londra ho avuto anche  l’opportunità di conoscere  inglesi diversi, quelli che hanno una percezione della loro gente molto piu’ realista e meno idealizzata di se stessi. Che riconoscono gli errori del passato e si considerano europei piu’ che inglesi. Li ho conosciuti ai festivals, a lavoro, al pub, per strada, come volontari a Calais. Anarchici, laburisti, simpatizzanti della Regina, anti-monarchici, e addirittura tories. Ma nessuno ha mai manifestato o tirato fuori intolleranza o razzismo.

È l’inglese che considera e ama la diversita’ed è cresciuto in ambienti progressisti e multiculturali. Figlio di matrimoni misti  o con il padre italiano e la mamma giapponeseche che ha  una visione della realta’ piu’ aperta e cosmopolita.

Ma anche l’inglese, quello che viene dalla provincia come me e ha fatto l’universita’ a Londra o Manchester, assolutamente consapevole della chiusura mentale dei suoi ex concittadini. Depresso e intristito quanto me, se non di piu’, da quanto sta accadendo.

A dirla tutta pero’ il Brexit non ha fatto altro che tirare fuori  anche una faccia xenofoba e razzista, che è  sempre esisitita. L’Inghilterra ha sempre avuto nel suo background, un’alone percepibile di superiorità,  che viene fuori in modo educato e sorridente in citta, piu’ ignorante, volgare e violento, in provincia.

Il razzismo della gente con una discreta educazione culturale, che riesce a fornire delle “motivazioni” al razzismo, parlando di controllo dell’immigrazione. Basato su una visione della storia parziale e distorta che considera il sangue versato durante le colonizzazioni, come un male necessario,  di cui continua ad essere fiero. Che spiega e giustifica  lo schiavismo, con un atteggiamento razionale, asettico, quasi darwiniano. Nascondendo in realta’ una grande paura della diversita’, un’incampacita’ totale di empatia e di relazione, un’intollerante pronto a imporre la sua opinione anche se sbagliata e retrograda.

Cosi’come il razzismo piu’ palese e rivoltante del tipo ignorante da pub che puzza di piedi e mangia scotch eggs. Della tipa  di 25 anni senza denti, ubriaca  gia’ alle 11 del mattino, con quattro figli a carico spesso affidati ai servizi sociali che vive di benefit e accusa gli stranieri di farlo. Della signora media di qualche altro paesino in culo del Midland che annaffia le piante del giardino, beve cheap tea ed è convinta che la disoccupazione di sua figlia, che a stento sa fare lo spelling del suo nome, sia da attribuire a Tania che viene dalla Romania.

la signora

Non considerando che Tania  nonostanti parli la sua seconda lingua in un paese che non  è il  suo paese nativo , sia riuscita a trovare lavoro da infermiera perche’ piu’ qualificata  di  Holly  sfigata, che nel frattempo riceve la disoccupazione e passa il tempo a vedere la TV.

la coatta

Poi ci sono  gli immigrati di seconda o di terza  generazione, quelli che si sentono in diritto di discriminare i nuovi immigrati e parlano di alzare muri quando sono stati e continuano ad essere vittime del razzismo e del classismo piu’ becero. Mai capiti! Un po’ come il “meridionale pentito” a Milano e Torino.

Questi animali da circo ora si sentono in diritto di manifestare apertamente il loro razzismo, con l’aggressività ignorante che li caraterrizza.

Assisto basita ai commenti sui social media e nelle inteviste TV, contro l’immigrazione europea che tanto ha dato e tanto continua a dare all’economia di questo paese. Un paese che ha vietato, anche a chi vive qui da 20 anni, di votare il referendum in modo discriminante, perche’ residente in UK ma non cittadino britannico, nonostante paghi le tasse come tutti.

Questa pero’ è una lezione per tutti quelli italiani  o tutti quelli che continuano ad avere un complesso di inferiorita’ nei confronti di paesi come l’Inghilterra o la stessa Germania, in cui il razzismo è  la normalità , dove l’essere tolleranti e aperti è una prerogativa di una piccolissima fetta della societa’ quella ben educata e solitamente medio borghese di citta’. Dove per ricevere un’educazione da liceo, devi spendere milioni  di pounds, altrimenti  impari a stento a leggere e scrivere.

Ignoranza democratica che se pilotata nella direzione sbagliata, puo’ provocare danni irreparabili

I nazionalismi  purtroppo stanno prendendo piede in tutta Europa. E l’Europa come progetto di unione dei popoli sembra non aver funzionato. Ma il peggior fallimento dell’Unione è che, con tutto il libero movimento delle persone (un diritto splendido), non c’è stato un minimo avvicinamento culturale tra i vari paesi membri. Siamo ancora profondamente divisi e tremendamente intolleranti fra di noi.

E ahime’ Razzisti lo stiamo diventando o forse lo siamo sempre stati tutti! Perche’ Razzista non è solo chi offende apertamente.

Razzista è chi parla di controllo dell’immigrazione!

Razzista è chi crede che ci siano cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Razzista è chi parla del proprio paese, paragonandolo ad una casa in  cui sono finite le stanze!

Razzista è chi ritiene di poter prendere delle decisioni relative alla vita e alla liberta’ di movimento altrui, rispetto alla sua ristretta visione del mondo!

Razzista è chi pensa che lavorare in un altro paese sia una concessione di qualcun’altro e non un diritto acquisito in base alle proprie capacità!

 

Baby please, don’t go!


Please don’t go is last week Der Spiegel’s cover dedicated to the the thorny issue of the EU referendum, that will probably put UK outside Europe.

plase don't go 2

Far from me to make an economic and political analysis, my analysis will be naïve, based on emotions and feelings as Italian who could possibly live this historic change on her skin.

London is the capital Europe, not only the capital of England. As well as ‘the fifth city’ of Italy, for number of  Italian residents.

The editorial  of Klaus Brinkbaeumer  on Der Spiegel explained, with generous and touching word the reasons for British to stay  ” to convince the British to love the EU, perhaps we should use this opportunity to mention how much the rest of Europe admires them.

“It’s unbelievable that they don’t seem to see how much they’ve shaped the continent, how much we value them here, how close we Germans feel to them.”

It continues: “Germany has always looked across the Channel with some degree of envy.“On our emotional map of Europe, the Italians were responsible for love and good food, the French for beauty and elegance and the Brits for nonchalance and progress.

“They have an inner independence that we Germans lack, in addition to myriad anti-authoritarian, defiant tendencies. A lot of what happened in Britain spilled over to us sooner or later, reinforcing our cultural ties.”

The magazine, one of the most influential in Germany, paid homage to British cultural exports ranging from James Bond to Twiggy haircut. A poll conducted for the same magazine found that 79% of Germans wanted Britain to remain in the EU.

Thursday 23rd  June, British will express their opinion and decide whether the country will remain or leave the European Union.

As Italian in London the situation is quite serious!

And of course it is the subject of  many conversation almost everywhere.

Last Friday as usual I went to my local pub,  Adam & Eve here in Lower Clapton,  in Hackney  the heart of one of the most labour area in  London, perhaps the wrong place for a field analysis. I had a discussion on the subject. In  the beer garder we were five people, from three different European countries, Italy, England and Sweden, shocked and  saddened by the current situation.

Shocked, cause if the Brexit win, no one knows exactly  what will happen. Sad because we all  grown as European and we consider ourselves europeans. John said “no it will never going to happen, I am  European before being English and many others are  like me.”

Robyn said, “I am half English and half Italian and I cannot understand what is going on, everyone here in England is mixed, we are all Europeans, part of our families live overseas, would be a break even within our own families “.

Although the data of the exit polls give a different image, the country is divided nearly in a half, with a slight majority (7%) of those that want to Leave. Although this majority is composed predominantly by older people.
YouGov Times – the generational schism
% remain

All: 46%

18-24: 75%
25-49: 50%
50-64: 38%
65+: 34%

10:46 PM – 13 Jun 2016
Obviously some British press is giving the “best” of themselves. From the Sun titles, that invite to Leave.
sun

To  the Remain  Labour’ s campaign.

remain

 

Joel Golby in his controversial  and funny article on Vice UK, equally controversial magazine, describes this generation of old  British people too old  to take right decisions for  the future of the country.

He talks about – Old people, in their Volvos. Old people, with their really loud TVs. Old people, who bought a house for £60 somehow and don’t understand why you and the boyfriend-who-you’re-not-married-to-but-we’ll-not-get-into-that-now can’t buy something for your own.  Take an old person to a restaurant and they will read the menu for anything between 20 minutes and an hour and a half, ask what a prawn cocktail is as if anyone doesn’t know what a prawn cocktail is, then eat two bites of steak and kidney pie then say they are done. You will have to go home early from the restaurant because the old person needs an insane amount of special medical bannisters around them before they can shit, and now they need to shit, so you need to drive them home because they don’t trust taxi drivers. Old people, who want to vote out of Europe for no particular reason but who fucking cares anyway because by the time the changes come into effect they will all be gone to the void. Old people, who took all the cream and now want to put a cap on the thin milk that they left behind.  (Here the original article).

referendum
The picture is  worrying and my feelings related to this historical moment are mixed. From European I choose London to study and here it’s  where I learnt to work. I have always considered England a progressive country. Although it was not completely and fully part of Europe, I still felt at home. I came here  with my ID, the same one that I used to buy alcohol  in any supermarket in Italy. I did not need any special Visa at the airport.

I choose London because was  open to differences. Albeit with many problems, England has managed to create a multicultural society. Where everyone, after a few years or even after few months can feel part of the community. Where linguistic, religious and cultural backgrounds, are considered interesting and not bad marks

I choose London and England because the close racist mentality,  who wants foreigners out of their country, did not belong to this country.

It’ s not the referendum on itself that really worry me. I don’t think that suddenly I will be put away. I’ve lived here for years, for me probably will not change much, I hope! Although the requirements to stay will change, we will  be divided between those that are useful for the country and those economically less “useful” that maybe have to leave. I do not think that I will have to sew a yellow star on my coat.

But it will change the way I will perceive this country and most of its citizens. Call  a referendum  to make a decision about stay or not in Europe,  that I cannot vote, make me already in the position  to ask myself a lot of questions:

Do I want to continue to live in a country that although I pay a lot of taxes, consider me a burden?

Do I want to continue to live and invest  my  future family in a country that considers Europe a cancer for its economy?

Do I want to continue to live in a country that has forgotten to be European?

Do I want to continue to live in a country where I have to ask  a permission to stay ?

 

 

 

 

 

Please,don’t go!


Cosi’ titolava la copertina del Der Spiegel della scorsa settimana, per affrontare il tema spinoso del referendum indetto in UK, che vedra’ la possibile uscita del regno di sua maesta’ dall’Europa.

plase don't go 2

Tema grande, enorme, non voglio e non ho intenzione di fare un’analisi economico- politica, lungi da me, la mia sara’ un’analisi naïve  basata su emozioni e sentimenti da italiana che potrebbe vivere questo cambiamento storico sulla sua pelle.

Londra è la capitale d’Europa, non solo la capitale d’Inghilterra. Nonche’ la quinta citta’ d’Italia, per numero di residenti.

L’editoriale del Der Spiegel di Klaus Brinkbaeumer  spiegava, con parole generose e toccanti, le ragioni che dovrebbero convincere i britannici a restare  – Forse è  troppo tardi per convincere i britannici ad amare l’Europa, pero’ potremmo usare quest’occasione per ricordare quanto il resto d’Europa li ammiri. E’ incredibile quanto non vedano come hanno definito il continente, quanto valore diamo loro e quanto la Germania si senta a loro vicina.

–  la Germania ha sempre guardato oltre Manica con invidia –  e aggiunge – nella mappa emozionale d’Europa, agli italiani riconosciamo la capacita’ di amare e il buon cibo, alla Francia  lo stile e l’eleganza e ai britannici la loro nonchalance e il progresso. I britannici hanno un’innata indipendenza che manca ai tedeschi-

La rivista, una delle più influenti in Germania, ha reso omaggio alle esportazioni culturali britanniche che vanno da James Bond al taglio di capelli di Twiggy.

Nel  sondaggio condotto dalla stessa rivista, è  venuto fuori  che il 79% dei tedeschi vuole che la Gran Bretagna non esca dall’UE.

Giovedi 23 giugno i britannici esprimeranno la loro opinione e decideranno se il paese rimarra’ o lasciera’ l’Unione europea.

Da italiana a Londra la questione è seriamente preoccupante!

E ovviamente  è  oggetto di conversazione quasi dappertutto.

Venerdi scorso,  al solito pub di quartiere da Adam & Eve qui a Lower  Clapton, nel cuore  di Hackney una delle zone piu’ laburiste di Londra, forse come analisi sul campo non conta tanto. Si discuteva sull’argomento. Nel beer garder  eravamo in cinque, provenienti da  tre differenti paesi europei, Italia, Inghilterra e Svezia, sbigottiti e rattristati dalla situazione attuale.

Sembra preoccupante, perche’ nel caso in cui il Brexit vinca, nessuno sa bene cosa succedera’. Triste perche’siamo cresciuti da europei e ci consideriamo tali.  John diceva” no non succedera’ mai, io sono e mi sento europeo prima ancora di essere inglese e come me molti altri”.

Robyn diceva ” io sono meta’ inglese e meta’ italiana e non riesco a capirla questa storia, tutti qui in inghilterra sono misti, siamo tutti europei e abbiamo tutti parte delle nostre famiglie oltremanica, sarebbe una rottura anche  all’interno delle nostre  stesse famiglie”.

Anche se i  i dati dell ‘exit poll danno un’immagine diversa, un paese diviso quasi a meta’, con una maggioranza ( 7%) di quelli favorevole all’uscita. Sebbene quella maggioranza sia composta in modo predominante, dalle vecchie generazioni.

 

YouGov Times – the generational schism
% remain

All: 46%

18-24: 75%
25-49: 50%
50-64: 38%
65+:34%

Non è il referendum in se’ a preoccuparmi. Non credo che improvvisamente mi possano mandar via. Vivo qui da anni, per me in sostanza non  cambiera’ molto, almeno lo spero. Anche se cambieranno le condizioni, verremo divisi tra quelli utili economicamente al paese e quelli meno “utili” che forse dovranno andar via. Non credo che  da un giorno all’altro, dovro’ cucirmi la stella gialla sul cappotto.

Ma cambieranno i presupposti, cambiera’ il modo in cui io percepiro’ questo paese e la maggior parte dei suoi cittadini. E’ l’aver indetto un referendum a cui io non posso votare, per prendere una decisione a riguardo, che gia’ mette in forse le ragioni della mia permanenza e mi costringe a pormi un sacco di domande:

Voglio continuare a vivere in  un paese che nonostante paghi le tasse, mi considera un peso?

Voglio  continuare a vivere e investire il mio futuro e quello della mia futura famiglia in un paese che considera l’Europa un cancro per la sua economia?

Voglio continuare a vivere in un paese che ha dimenticato di essere europeo ?

Voglio continuare a  vivere  in un paese a cui  dovro’ chiedere il permesso per restare?

 

 

 

 

 

 

about the silent end of digital relationship


4_moricone

I’m always connected, it is the first thing I do when I wake up in the morning while I make my coffee and one of the last when I go to sleep before reading.

I always try to meet my friends in person. I’m lucky enough to have more or less most of them here in Hackney. We can bump into  each others sometimes, even in the street or at the gym, like in the 90s in my home town.

My Italian friends are suffering the distance that forces me to use social media to keep those friendships alive. Initially I had a lot of fun chatting online. I remember I had  a friend I used to talk with him on MSN. Our conversations were also intense and beautiful. Until I realized our friendship did not exist in real life.

A few months ago I ended a relationship with a friend that I know since 15 years in real life. The discussion between us was really violent. We ended up our friendship without even a real phone call. Among whatsapp, facebook and gmail we exchanged  terrible messages  we would not even had the ability to pull out.  There was the video in between, words flowed fast, although it was hurting we kept sparing. Notification of her message on whatsapp or e-mail in the inbox caused me panic and anxiety. The whole situation ended up  with the mutual “block” on all possible digital contacts.

Our friendship revolved around experiences over substance: festivals, parties, and the desire to turn bad decisions into good stories kept us pretty tight but our friendship was always one Snapchat away from oblivion. In the last few years for normal reasons like living in two different European cities, online relationship was save us in corner to forget each other.

Now after months of silence and after having digested the detachment, I can analyze with clearly the end of this relationship. I can admit that our friendship was probably already over, but the “digital proximity” had allowed us to keep it alive. Maintaining relationships online through messaging removes the negative barriers of social interaction, speeds up intimacy, and makes us all think we’re closer to one another, but in actual fact, it strips away emotional attachment.

In the past, perhaps without whatsapp and facebook we would have lost each other but it would have seemed natural or we would have had a fight live or by phone.

Disappearing from the online life of the other, is best known as ghosting.Ghosting—the act of ending a relationship by ignoring someone’s attempts at communication, or blocking them on social media—has gained a deservedly shitty. It is above all a cruel and cowardly move.

A recent study revealed that 53 percent of people under 30 would end a relationship via digital means, versus 27 percent of those 40 and over.

When you hit the un-friend button as an adult—even though it’s a petty, juvenile act—you’re cementing the end of a friendship that you don’t have time to mend in real life. Things just… go on, which is what has happened in my case.

Ghosting hasn’t left me feeling liberated or brought me closure, though. Instead, I’m left in a state of digital limbo. For me, ghosting seemed to be the appropriate method of ending a friendship that existed entirely through the online approval of photo “likes” and chats on messenger.

The fact that you can just disappear, only underlines how superficial some relationship are today. Ghosting friends is indicative of the brittle nature of the bonds of association which keep our generation constantly connected; we can swap people in and out of our lives like profile pictures, especially when we don’t have to hold ourselves accountable to them in real life.

Equally strange is the presence of true friends that have been part of your life deeply for year. Now they are just shared photos or like on facebook. Ghosts of a recent past that  revived in a sort of reality, updating you about  their summer holidays.

This story, however, made me reflect on the depth of my friendships, on the quality of them. It is not enough chatting. This experience was useful to confirm what I always thought; friendships need time. Time to spend together. With friends you must have real conversations, travel together. You have to live them! I realized how much important is physical contact in my life. As terrona  I touch people even when I talk. Exchanging emoticons and messages it really bores me. I prefer a glass of wine and a real conversation.

And if I have a problem I prefer to say “fuck you” in your face or at least by telephone … and be willing to take one back. This false dynamic and aseptic way to say goodbye with a single click, trying to put everything under the carpet it’s just so sad … but maybe I’m just too 90s.

 

Illustrazione: Renato Moriconi “Telefono descompuesto

Sulla fine silenziosa delle relazioni digitali


 

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Sono sempre connessa, è la prima cosa che faccio quano mi sveglio al mattino mentre faccio il caffe e una delle ultime quando vado a dormire prima di leggere.

Pero’ provo a incontrare sempre di persona i miei amici. Ho la fortuna di  averli tutti piu’ o meno qui ad Hackney, in una dimensione  che permette di vederci anche per caso per strada o in palestra, un po’ come negli  anni ’90.

Le mie amicizie italiane soffrono invece la lontananza che mi costringe all’utilizzo dei social media per tenerle in vita. Inizialmente trovavo divertente chattare. Ai tempi di MSN avevo un amico in particolare che sentivo solo li’. Le nostre conversazioni erano anche intense e bellissime, fino a quando non mi resi conto che la nostra amicizia non esisteva nella realta’.

Qualche mese fa ho chiuso una relazione con un’amica che conoscevo da 15 anni nella vita reale. Entrambe abbiamo portato avanti un confronto violento, senza neanche una reale telefonata. Tra whatsapp, facebook e gmail  ci siamo scambiate messaggi di una crudelta’ e cattiveria inaudita che forse nella realta’ non avremmo mai avuto la capacita’ di tirare fuori, c’era il video di mezzo, le parole scorrevano veloci, sebbene facessero male non ci siamo risparmiate le coltellate. La notifica di un suo messaggio su whatsapp o una sua email in inbox mi causavano panico e ansia. Il tutto è terminato con il reciproco “blocco”  su tutti i possibili contatti digitali.

La nostra amicizia in passato si basava più sulle esperienze che condividevamo che sulla sostanza: sui festival, sui casini e sui pettegolezzi. Siamo state molto unite perché cercavamo di trasformare pessime decisioni, in situazioni che valeva la pena vivere, ma soprattutto negli ultimi anni, per ragioni apparentemente normali quali vivere in due citta’ europee diverse,  un messaggio ci salvava in corner dal dimenticarci l’una dell’altra.

Adesso dopo mesi di silenzio e dopo aver digerito il distacco, riesco ad analizzare con maggiore lucidita’ la fine di questa relazione. E posso conscientemente ammettere che la nostra era probabilmente finita da tempo, ma la ” vicinanza” digitale ci aveva permesso di tenerla ancora in vita. I messaggi istantanei eliminano le barriere, rendendo più immediato lo sviluppo dell’intimità e ci fanno sentire tutti più vicini, pero’ impediscono la creazione di un vero attaccamento emotivo.

In passato forse senza whatsapp e facebook  ci saremmo perse di vista, non sentirci piu’ sarebbe sembrato naturale, oppure avremmo litigato dal vivo o per telefono.

La triste modalita’ di dirsi addio scomparendo dalla vita dell’altro online, è meglio conosciuta come ghosting; chiudere una relazione con qualcuno semplicemente ignorandone i tentativi di comunicazione o bloccandolo sugli svariati mezzi a nostra disposizione, è oltretutto  una mossa crudele e codarda.

Secondo uno studio recente  il 27% dei nati dopo il 1975 e il 53% degli under 30, chiude una relazione per vie digitali . Quando premi “blocca” da adulto—anche se è un atto infantile—stai ponendo fine a un’amicizia che non hai tempo o voglia di riaggiustare nella realtà.

Sparire non mi ha fatto sentire più leggera o sicura delle mie scelte. Sono rimasta bloccata in una specie di limbo digitale. Mi dispiace forse di piu’ non vedere come va’ la sua vita su facebook  che sentirla o magari vederla. Assurdo! Ma mi sembrava che fosse il metodo più appropriato, per porre fine a un’amicizia che si limitava ormai a qualche like insipido su Facebook e a un messaggio ogni due mesi su whatsapp, nascondendo una serie piu’ profonda di problemi relazionali.

Il fatto che tu possa semplicemente sparire, non fa che sottolineare quanto siano superficiali oggi le relazioni che millantiamo di avere, quando stiamo tutto il giorno connessi. Possiamo cambiare le persone “importanti” della nostra vita come foto del profilo, soprattutto quando sono lontane e quindi non dobbiamo farci i conti nella realtà.

Altrettanto strana è la presenza  di amici veri cha hanno fatto parte della tua vita in modo intenso e profondo per anni che si riducono a una foto condivisa o un like su facebook. Fantasmi di un passato recente che rivivono in una sorta di realta’ di mezzo, aggiornandoti sulle loro vacanze estive.

Questa storia pero’ piu’ di altre mi ha fatto riflettere sulla profondità delle mie amicizie, sulla qualita’ delle stesse e su quanto non basti sentirsi via chat. Quest’esperienza non ha fatto altro che confermare quello che ho sempre pensato, alle amicizie bisogna dedicare del tempo. Con gli amici devi avere conversazioni reali, devi fare viaggi insieme. Devi viverli! Ho capito  quanto il contatto fisico sia fondamentale nella mia vita, da brava terrona tocco le persone anche mentre parlo e questa dimensione fatta di messaggi che corrono nell’etere non fa altro che deprimermi. Mi annoia scambiarmi faccine, preferisco una birra e una chiaccherata.

E se ho un problema voglio dirlo in faccia ” vaffanculo” o perlomeno per telefono …  ed essere disposta a prendermene uno indietro. Questa dinamica falsa e asettica di dirsi addio con un click, mettendo tutto sotto un tappeto, penso che sia anche oltremodo pericolosa …ma forse saro’ancora troppo anni ’90.